Ma quanti bisticci tra Carlo d’Angiò e Niccolò III… E il Papa fuggì a Roma e “svuotò” Viterbo!

Il nuovo Pontefice, Giovanni Gaetano Orsini, era un uomo superbo, scaltro, di animo grande e di eccellente fiuto politico. Passerà alla storia come il restauratore della potenza temporale dei papi

sagginiNella puntata precedente vedemmo come il Podestà Orso Orsini che era il responsabile del Conclave, lo trasferì nel Palazzo Comunale che era il suo ufficio e brigò con ogni astuzia e forza per fare eleggere papa suo fratello.

Il nuovo Pontefice, Giovanni Gaetano Orsini, era un uomo superbo, scaltro, di animo grande e di eccellente fiuto politico. Passerà alla storia come il restauratore della potenza temporale dei papi. Era figlio del guelfo Matteo detto “Il Rosso”, già senatore di Roma, al tempo della lotta tra la Chiesa e l’Imperatore Federico II. Giovanni Gaetano Orsini era un Cardinale di grande esperienza, che aveva suggerito e guidato sapientemente i conclavi che videro eletti Adriano V, Vicedomino Vicedomini, e Giovanni XXI.

Politicamente non sopportava Carlo d’Angiò, per l’ingerenza da lui esercitata all’interno di tutti i conclavi, e per le manie di sempre maggiore grandezza.

Poi era accaduto anche un fatterello che non deponeva per niente bene, a favore dei buoni rapporti tra Carlo d’Angiò e il Papa Niccolò III.

Infatti, subito dopo la sua elezione al soglio pontificio, Giovanni Gaetano Orsini inviò una missiva a Carlo d’Angiò, chiedendogli la mano di una giovane nipote, per farla convolare a nozze con un suo nipote.

Carlo d’Angiò che non vedeva con simpatia il nuovo Papa, rispose negativamente, e aggiunse con sarcasmo:

“Anche se quest’uomo veste i calzini rossi, non è degno di imparentarsi con i reali di Francia”.

Il commento impertinente di Carlo d’Angiò, pronunciato a corte tra pochi fedelissimi, fu in seguito riportato a Papa Niccolò III, che non lo mandò mai giù, e se lo legò al dito.

Niccolò fu nepotista come mai nessuno prima di lui, e arrivò al punto di promuovere la creazione di nuovi reami per la Toscana e la Lombardia, per favorire due suoi parenti più stretti.

Dopo appena un mese dall’elezione, all’approssimarsi del Natale del 1277, Niccolò III con la Curia e la Corte, abbandonò Viterbo e trasferì la sua sede a Roma.

Carlo d’Angiò, nella sua qualità di Senatore, era riuscito finalmente a sedare tutte le rivolte, rendendo la città tranquilla e senza più alcun pericolo per il Papa.

Inoltre nella città eterna il Papa poteva abitare nel Palazzo del Laterano, che era molto più comodo e più bello del Palazzo Papale di Viterbo. Date tutte queste condizioni favorevoli, era facile prevedere che il Papa, non sarebbe più tornato a Viterbo.

Questa partenza fu un duro colpo alla vita e all’economia della città di Viterbo. Improvvisamente la città si riconobbe vuota e abbandonata e vide affievolirsi all’improvviso tutti gli affari, fino a scemare quasi a zero. Le locande e le taverne erano vuote; le strade semideserte; decine e decine di case erano state lasciate libere dagli affittuari; il commercio adesso era quasi inesistente; non c’era più l’afflusso consistente di pellegrini, con la sola eccezione di quelli che transitavano sulla Via Francigena, verso Roma. Insomma Viterbo era diventata una città vuota e popolata solo di fantasmi. I fantasmi dei ricordi di quando tutto era bello e florido, quando c’erano il Papa, la sua Curia e la sua Corte.

Viterbo in quel momento era come una bella donna abituata a vestire abiti ricchi, a indossare gioielli e ad agghindarsi con ogni sorta di accessori preziosi che, improvvisamente specchiandosi, si riconosce nuda, completamente nuda.

Tutta la cittadinanza non voleva accettare questo stato di cose, e premeva sul Podestà perché andasse a parlare con il fratello Papa, per cercare di farlo tornare sulle sue decisioni.

Dopo tante insistenze dei cittadini Orso Orsini si mise in viaggio verso Roma per parlare con il Papa (che poi in definitiva era suo fratello) e convincerlo a ritornare a Viterbo.

Niccolò III da uomo scaltro, prese la palla al balzo e dettò le condizioni per il suo ritorno, che erano tutte di ordine economico: affitti gratuiti per alcuni membri importanti della Curia, affitti calmierati per gli altri, listini ufficiali per il grano, l’orzo, la biada, il fieno, la legna, e tutti i generi alimentari.

Viterbo, malgrado avesse dovuto rinunciare a introiti considerevoli di denaro, accettò tutto, sapendo che alla fine avrebbe comunque guadagnato, e il Papa tornò a Viterbo.

La storia insegna che il destino deve sempre percorrere la strada che si è prefisso, e qualunque volere dell’uomo di cambiarlo, è sempre fonte di guai.

E per Viterbo, lo vedremo in seguito con gli sviluppi degli eventi, fu proprio così.

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