Massimo Meli, del ristorante "Lo Scorfano della Pentolaccia", domenica offrirà il pranzo a 35 persone per dare un segnale contro le misure del Governo

“Domenica a pranzo aprirò. Mi arrestassero, non ci sto ad aspettare che mi stacchino la spina”

217

Un pranzo “come ai vecchi tempi” per dire al Governo che “la situazione è arrivata a un punto per cui non c’è più soluzione”. Massimo Meli, del ristorante “Lo Scorfano della Pentolaccia” di Viterbo, a San Pellegrino, “non ci sta” e decide di aprire il locale domenica per un pranzo totalmente offerto a coloro che vorranno partecipare, nonostante la zona arancione del weekend consenta soltanto l’attività di asporto.

“Tutte le scelte che il Governo ha fatto fino a adesso sono state controproducenti – racconta Meli – sia per quanto riguarda sia il virus ma soprattutto per il discorso delle attività commerciali. È il momento di dire basta, non se ne può più. I Dpcm vengono sfornati a raffica, prima erano settimane e ora addirittura ore, uno non riesce ad adeguarsi. Come fai a programmare la spesa o i pagamenti in queste condizioni?”, si domanda.

“I ristori non sono arrivati, né il primo, né il secondo o il terzo, nonostante siano stati tutti approvati. La cassa integrazione per i dipendenti? Da ottobre anche quella deve ancora arrivare. – prosegue – Come fai tu, Stato, a non preoccuparti che un dipendente possa aver passato tutti questi mesi senza aver visto neanche un euro? Alcuni hanno anche uno o più figli. Questo vuol dire che lo Stato si disinteressa completamente, mentre tantissime persone normali si trovano in carenza di liquidità, senza nessun aiuto”.

Per dare un segnale in questa situazione difficile Massimo ha scelto di organizzare un pranzo “senza scopo di lucro” per il 10 gennaio per un massimo di 35 persone. “Voglio certezze e capire come comportarmi per il resto della mia vita – commenta – se tra due mesi o sei saremo chiusi, bisogna ricominciare a pensare a lungo termine e non a dire a ottobre ‘ci allontaniamo adesso per abbracciarci a Natale’, cosa che poi non è successa… anzi, una settimana prima di Natale ci hanno detto che dovevamo stare chiusi, dopo aver già fatto delle spese – spiega Meli – la gente aveva prenotato e avevamo delle caparre. Oltre al danno poi, anche la beffa, perché abbiamo dovuto restituire le caparre e buttare un sacco di pesce, e ora, non contento, il Governo fa lo stesso gioco”.

“Dobbiamo chiederci ‘apro, non apro?’ e non guardiamo più come organizzarci in base al giorno della settimana, ma al colore delle fasce: rosso, bianco, blu… – prosegue Meli – sono riusciti a far scontenti tutti e i ristori promessi non ci sono. E poi la decisione di toglierci anche la domenica, che serviva magari a pagare quelle minime spese… che senso ha lavorare così? Durante la settimana e solo a pranzo, per chi apriamo? – commenta – serve solo al Governo per pulirsi la coscienza”.

Massimo ammette di non aver paura delle conseguenze della sua scelta. “Mi arrestassero – dice – è uguale, almeno so di che morte muoio. Non ci sto ad aspettare che mi stacchino la spina per farla finita, preferisco farlo in piedi e decidere io, non chiuso in casa come un sorcio”.

 

 

 

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui