“Dpcm illegittimi ed incostituzionali”: ecco la sentenza del Tribunale di Roma sui decreti di Conte

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E’ da marzo, per la precisione dal 9 di quel mese, che Giuseppe Conte ed il suo Governo stanno limitando le libertà degli italiani tramite gli ormai famigerati Dpcm. Da quasi un anno l’esecutivo ha partorito restrizioni di ogni genere: dal temutissimo lockdown al coprifuoco, passando per le chiusure “forzate” di alcune attività. In un Paese come il nostro, il cui ordinamento giuridico è costellato di norme, la domanda sorge spontanea: il governo sta agendo fuori dalle norme dello Stato democratico e sta dunque limitando le nostre libertà violando le leggi?

Tra l’altro, le restrizioni adottate da Giuseppe Conte non sembrano nemmeno aver sortito alcun effetto sulla pandemia, dato che l’Italia è il Paese con la più alta mortalità da Coronavirus ogni 100mila abitanti (111,23).

Ma, tornando alla domanda che ci siamo posti, dobbiamo dare la notizia che il Tribunale di Roma, chiamato ad esprimersi per regolare un contenzioso nel quale è finita un’attività commerciale da sfrattare per morosità, ha dichiarato i Dpcm di Conte, Pd e 5s “illegittimi ed incostituzionali”.

Secondo il giudice, “I Dpcm sono viziati da violazioni per difetto di motivazione” e “da molteplici profili di illegittimità” e pertanto, in quanto tali, risultano essere “caducabili”, ossia non producono effetti reali e concreti dal punto di vista giurisprudenziale. In parole povere sono da annullare. I decreti con cui il Governo Conte è entrato prepotentemente nella vita degli italiani, modificandone abitudini e stile di vita,  precisano i giudici, non sono “di natura normativa” ma hanno “natura amministrativa”. Dovrebbero quindi fare riferimento a una legge già esistente.

Il tribunale civile di Roma, a supporto della sentenza, cita tutti i Presidenti Emeriti della Corte Costituzionale: Baldassarre, Marini, Cassese. Viene inoltre spiegato che non vi è alcuna legge ordinaria che “attribuisce il potere al Consiglio dei ministri di dichiarare lo stato di emergenza per rischio sanitario”. E quindi, i Dpcm sono incostituzionali? Beh, il magistrato sembra avere le idee chiare: “Hanno imposto una rinnovazione della limitazione dei diritti di libertà”, quando invece avrebbero richiesto “un ulteriore passaggio in Parlamento diverso” rispetto a quello che si è avuto per la conversione del decreto Io resto a casa e del Cura Italia. “Si tratta di provvedimenti contrastanti con gli articoli che vanno dal 13 al 22 della Costituzione e con la disciplina dell’art 77 Cost., come rilevato da autorevole dottrina costituzionale”, conclude il magistrato.

Per essere validi i Dpcm, come atti amministrativi, devono essere motivati ai sensi dell’articolo 3 della legge 241/1990, ed infatti a quell’articolo viene fatto riferimento in quasi tutti i decreti. Ma, alla base di ogni decisione è sempre stato citato, come ben sappiamo, il Comitato tecnico-scientifico, le cui analisi, secondo il giudice, “Sono state riservate per diverso tempo e sono state rese pubbliche solamente a ridosso delle scadenze dei Dpcm stessi. Un ritardo tale da non consentire l’attivazione di una tutela giurisdizionale”.

Insomma, il Dpcm resta un atto amministrativo che non può restringere le libertà fondamentali anche se a “legittimarlo” è un atto che ha invece forza di legge e, la parte che non lo impugna, diventa causa delle conseguenze negative sulla piena fruibilità dell’immobile.

In conclusione, il giudice condivide “L’autorevole dottrina costituzionale” secondo la quale è contrario alla Costituzione prevedere norme che limitano i diritti fondamentali della persona mediante decreti della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Come riportato da Italia Oggi, il primo decreto legge che ha “legittimato” il Dpcm si limitava a contenere un’elencazione a titolo d’esempio e consentiva così l’adozione di atti innominati, non stabilendo però alcuna modalità di esercizio dei poteri.

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