“E chi non beve con me…peste lo colga!”

276

Un intercalare, tra una bevuta di vinello e l’altra, in uso per le Frasche e Fraschette dell’antica Tuscia. Sono locali, cantine, dove, dal primo pomeriggio alla calata, gli uomini si radunano per la partita a carte, per un giro di morra e tra una foglietta e una foglia, si organizzano le iniziazioni alle confraternite. Sull’uscio ben esposto il ramo di una pianta che le contraddistingue dalle botteghe attorno: Meco il calzolaro, Sfascetta il ferraio, Lorenzo il falegname e Cencino il sarto. Verso l’imbrunire, al suono dell’Ave Maria, mentre il rosso colora il naso e il linguaggio, si pensa alla Santa Pasqua, l’indomani bisogna andare in cattedrale, dopo che le donne hanno pulito, a preparare il Sepolcro e dare una sistemata alla bara di Cristo e al baldacchino da portare in processione il venerdì Santo. Una contata veloce perdendo qualche numero, un Giovanni doppio e un falegname meno, la Confraternita della Buona Morte si ritira per la cena. Per l’ora di notte tutti a casa e con qualche moglie innervosita dall’afrore che aleggia sotto al cappello messo male.
Due uova al tegamino, un’insalata e la corona del rosario, si prepara il corpo alla vigilia e l’anima alla luce, una settimana di piccole restrizioni raccomandate dall’Arciprete.
Passa la notte, la mattina chi a Maremma, chi alla macchia ma al tocco si desina che la giornata è un mozzico, le cose da fare sono tante e le signore dalla buon’ora carreggiano i vasi per il grano del sepolcro. Il primo che passa chiama l’altro però c’è sempre il solito scansafatiche che arriva con ritardo e che per farsi perdonare porta un bel boccaletto di succo di frutta… “e perché l’uva non è frutta?”

La chiesa è in penombra, si sentono i primi rumori, le risate, tanto il prete è a benedire le case. Dietro la porta della torre campanaria ci sono delle casse di legno per i ceri dell’Assunta che messe insieme sembrano una cassa da morto, un banchetto sul quale sale il sacrestano per attaccarsi alle corde delle campane, due o tre lumini e il grande velluto nero che copre la statua del Signore nella bara.
“ Giovà, viene ‘n po’ qua che m’è venuta un’idea”, Giustino traffica davanti all’altare e se la ride togliendosi il cappello vicino alla balaustra di marmo che racchiude il confessionale.
Parlottano sottovoce, aspettano che esca la perpetua e chiudono la porta principale lasciando aperto il passaggio laterale alla prima cappella.
Intanto, si sente salir le scale, riconoscono la voce che saluta la signora che fa la cena al prete, piano piano Saverio apre la porta sapendo che lo aspettano i rimbrotti della comitiva, si fa coraggio e grida: “ Giovà, Giovà,viene qua che bevemo”. Nessuna risposta.
Al primo banco, girato di spalle, un signore che senza voltarsi gli raccomanda il silenzio.
Saverio non si avvicina, è buio, ci vede poco e trovarsi da solo lì dentro con qualcuno che non conosce… le spade, le catene pronte per la Via Crucis non gli infondono sicurezza, la paura lo porta ad alzare il suo tono facendo qualche timido passo verso la navata centrale. A quel punto riconosce una sagoma nota, prende spirito e con il vino in mano: “Giovà, Giovà, viene qua che bevemo” avvicinandosi al sepolcro un passo avanti e due indietro.
“ 90 la paura” – dal fondo della Chiesa
“ Chi è, chi sei?”
“ Va su, cammina che t’aspettano”
Il passo a questo punto si fa veloce: “ Giovà, Giovà ho pòrto ‘l vino, Giovà via che bevemo”
Arriva tremolante al centro della chiesa, qualcosa non va, sembra una veglia al morto e non sa che c’è una veglia – “ Gioooooooooovà, Giovanniiiiiiii ‘n do sèeee ‘n sacrestia, viene qua che bbbbbbbevemooo” – sempre con la corda del boccaletto in mano.
Si muove il grande telo di velluto nero, si apre il coperchio della cassa –“Aho, me si venuto a noia, dà qua che se nun beve lue bevo io, beve bambò!”
Saverio sopravvive allo spavento e la serata finisce con una bella fetta di pizza di Pasqua calda tolta dalla teglia che Margherita porta sulla testa con l’orgoglio della brava pasticcera, eh già, le due settimane delle pizze, in casa i nervi sono poco distesi. Nottate passate in letti di fortuna perché il tuo serve a mettere il prete per far lievitare l’impasto, passeggiate continue avanti e indietro e sguardi sotto i teli per controllare il volume della crescita, la corsa a rimettere il piccolo braciere e poi il confronto tra le donne al Forno, la tristezza e l’onta della buca colpa del soffio pestifero di qualcuno.

Ritmi lenti ma scanditi dalle tradizioni, venerdi la Via Crucis di Bagnaia o di Latera, il sabato della luce un tempo dedito alla vestizione delle suore nel Ducato di Castro, la domenica con le colazioni a base di uova, coratella, salumi e cioccolata e il lunedi con il palo della cuccagna e la festa dei lupini a Villa Fontane e la scampagnata al lago vulcanico di Mezzano in territorio prima etrusco, poi longobardo e infine Farnesiano.
Tavolate di famiglia, anche se il proverbio recita Natale con i tuoi e Pasqua con chi vuoi, i racconti dei nonni, che vivono in casa, che pensi di aver dimenticato e invece a una certa età ti tornano in mente, in modo particolare in questo tempo sospeso tra le nostre quattro mura, tra le fotografie, le scartoffie che metti a posto per impiegare le ore e le giornate che trascorrono tra la paura di un’altra campana che suona non sai per chi e quel minimo di ottimismo senza la preoccupazione delle date e delle feste.
Tutto passa, tutto scorre e l’amore per la vita e per questa terra continuerà a vivere con noi e oltre noi diventando la dote dei posteri. Giusto Giustì? Giovasse Giovà!
Ci sarà la bellissima Chiesa Parrocchiale del paesello col soffitto a cassettoni, ci sarà Villa Lante con l’architettura del suo fantastico giardino, i mostri di Bomarzo, il Castello di Vulci, il Duomo di Orvieto, le passate di Marta, i Pugnaloni di Acquapendente e l’infiorata di Bolsena e oltre a disegnare la memoria, torneremo a vivere la nostra bellezza e la nostra preziosità.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui