E se la “callara” del Bullicame fosse morta?

Il Comune usi tutti i mezzi che ha per obbligare la Gestervit a fare subito i lavori

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Il Comune usi tutti i mezzi che ha per obbligare la Gestervit a fare subito i lavori.

Il Parco del Bullicame è sempre chiuso, ma ci hanno promesso che entro il mese di giugno sarà riaperto. Attendiamo ancora pochi giorni per verificare la bontà di quanto promesso. Il bando per il S. Albino dovrebbe essere stato pubblicato sulla G.U., e quindi ci avviciniamo sempre di più alla perforazione del pozzo, e al ricondizionamento del S. Valentino.

Da voci che si rincorrono nei corridoi del Comune, sembra che la Gestervit non voglia fare questi lavori, e che il Comune li debba eseguire con la procedura cosiddetta “in danno”. Questa cosa non ci piace per niente, e diciamo subito il perché.

Dal giorno della perforazione impropria e non autorizzata della sorgente S. Valentino ad oggi, sono passati quasi cinque anni. Infatti era il 25 settembre 2014, e siccome nessuno ci può dire come si siano trasformati, in questo lungo lasso di tempo, i flussi sotterranei di acqua termale, che prima alimentavano la “callara”, chi ci può assicurare che una volta perforato il S. Albino e ricondizionato il S. Valentino, tutto ritorni allo status quo ante, e la “callara” goda ancora della sua ottima salute? Nessuno. Neanche i bravi geologi come Piscopo e Pagano, che del nostro Bacino del Bullicame sanno moltissime cose.

E se la “callara” fosse già morta? Nessuno se ne può accorgere perché tenuta in vita dal tubo che arriva dal S. Valentino? Quello stesso tubo che noi forse illuminati dall’amore che nutriamo per il nostro Bacino Termale del Bullicame, abbiamo battezzato “flebo di accanimento terapeutico”. Allora viene da sé che, qualora i lavori li faccia il Comune, di fronte ad un risultato fallimentare, la Gestervit potrebbe invocare la cattiva qualità di chi li ha fatti (il Comune), e tirarsi fuori da tutte le responsabilità, per il danno che ha provocato nel 2014. Questa ipotesi metterebbe il Comune in guai seri, e al contempo libererebbe da ogni responsabilità la Gestervit.

callaraA parere di diversi esperti del termalismo da noi interpellati, conviene che il Comune obblighi la Gestervit a fare i due lavori: perforazione del S. Albino e ricondizionamento del S. Valentino, e si assuma la responsabilità totale dell’opera. Ma se la Gestervit in questo orecchio non ci vuole sentire, come si può obbligarla? Anche qui abbiamo chiesto pareri e, di soluzioni, ne sono state proposte tante.

Dall’ennesimo sollecito, fino alla revoca della sub-concessione. Perché a guardare bene i danni che la Gestervit ha provocato con la perforazione non autorizzata, sono tanti. Infatti, oltre ai danni alla “callara”, sono stati anche annullati per cinque anni gli usi civici, e si è impedito a tanti turisti di visitare il luogo termale simbolo della Divina Commedia. Se la Gestervit farà i lavori e se questi faranno tornare il flusso d’acqua alla “callara”, ci dobbiamo reputare fortunati.

Nel caso in cui invece la “Callara” fosse realmente morta, allora sarebbero guai seri per il Bullicame e per la Gestervit, ma il Comune non potrà in alcun modo, essere additato come colui che ha fatto il danno. Come si può constatare il Bacino del Bullicame è un volano di ricchezza per la nostra città, ma è anche una fonte di continui contenziosi.

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Un altro problema che non si riesce a risolvere è la chiusura del pozzo delle Zitelle. Nella Determina Regionale nella quale si ordina al Comune di Viterbo, di fare tramite la Gestervit i lavori di perforazione del pozzo S. Albino e il ricondizionamento del S. Valentino, si comanda anche la chiusura con ricondizionamento del pozzo delle Zitelle. Il Comune sostiene che non può chiuderlo perché non ne ha la concessione. Allora suggeriamo al sindaco Giovanni Arena di attivare una buona volta la pratica di richiesta concessione, e di arrivare a chiudere questa perdita di acqua termale, che si sta consumando dagli anni ’50. Infatti, da quel tempo lontano noi sprechiamo ben 12 litri al secondo di prezioso liquido termale, che finiscono nel fosso Umeda. Dodici litri al secondo sono un quantitativo da piccolo stabilimento termale, e noi li buttiamo via senza fare niente. Domanda ai miei sette lettori: con queste mentalità potrà mai decollare Viterbo?

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