Un paese che annaspa. Mai col morale così a terra dalle aspre prove del secondo conflitto mondiale, affrontate a testa alta grazie all’insospettata forza di un signore rotondetto e attempatello, amante degli effluvi sgorganti da puzzolenti sigaracci, uno statista vero di nome Winston, che galvanizzo’ una nazione minacciata di morte.

Oggi quegli stessi fieri britannici ciondolano provati, soccombono all’incertezza. Smarriti dalla ridda di voci e vaticini che si intrecciano nelle loro menti come in un frullatore. La “common people” è incavolata nera con la classe politica e – soprattutto – con l’ineffabile “Suspiria” May, campionessa di “stop and go”, di avanzate e di brusche frenate che hanno finito per trascinarla nel precipizio di una Brexit-non Brexit alla mercé dei ricatti di Bruxelles e alla faccia del drastico responso referendario del 2016, che aveva decretato un divorzio netto dall’Europa, un voltapagina dal continente al mondo.

Nessuno sa come finirà davvero. Si levano nel grigio cielo londinese alti lamenti e variopinti pronostici inframmezzati da bugie. La buona fede latita nell’isola sinonimo di democratica trasparenza. Ognuno tira acqua al suo mulino per salvare il di lui o di lei deretano, a cominciare dalla disperata premier, che – per fomentare il terrore dei membri del decaduto consesso di Westminster, che domani bocceranno con ogni probabilità la sua debole proposta di accordo – si è inventata una clamorosa messinscena. Ha assoldato 89 camionisti per il modico prezzo di 550 sterline cadauno e li ha fatti mettere in fila indiana con i loro bisonti da un aeroporto in disuso nel Kent fino al porto di Dover per simulare il terrificante ingorgo che si verificherebbe alla frontiera in caso di “no deal”, Brexit senza intesa. Uno strampalato modo di bofonchiare un ultimo appello, che non ha fatto che incrementare sfiducia e rabbia, miste a ilarità.

Sembra impossibile ma – in uno spettrale contesto del genere – settantatre’ ben pasciuti signori se la godono e se ne possono altamente fregare di questa benedetta – o maledetta – Brexit e delle paure, in parte esagerate ad arte, che si porta con sé. Gli onorevoli eurodeputati del Regno dis-Unito sono attesi da un radioso futuro malgrado il rimpianto (ammesso che lo provino) di non poter più mettere piede nell’emiciclo di Strasburgo dopo il fatidico marzo che segna il via all’addio. Per loro niente ansie, niente rischi e tanti “thank you” alla sterminata munificenza di Bruxelles, che – quando si tratta di casta e non di popoli – non bada a spese. Crepi l’avarizia… E giù benefici e privilegi che verranno ad aggiungersi a quelli già spettanti per statuto agli infaticabili parlamentari europei, che – di riffa o di raffa – arrivano a intascare (tutto compreso, con dentro i compensi per i portaborse e i rimborsi di cui non sono tenuti a dare conto) poco meno di 40 mila euro netti al mese, per un costo che – nel 2017 – è ammontato a 155 milioni di euro.

Il marchingegno-furbata ad uso e consumo dei figli di Albione, (che – poverini – vanno pure risarciti e presi per mano per la loro dolorosa uscita di scena) si chiama “indennità transitoria”. Uno stipendiuccio che servirà a coprire – udite, udite – il periodo intercorrente tra la fine del mandato e il placido approdo in un nuovo e acconcio lavoro: 8.611 euro per tante mensilità quanti sono gli anni di servizio in Parlamento, fino a un massimo di 24 mesi. Un meccanismo che, per esempio, consentirà al veterano euroscettico ed ex-leader UKIP Nigel Farage, vent’anni a Bruxelles, di incassare una mancetta di 172 mila bigliettoni. Niente male, no? Anche perché i “73 magnifici” godranno comunque di un bel po’ di graziosi benefit. La copertura di due terzi delle spese mediche per sé e per i familiari, della spedizione di fino a 15 scatoloni per il trasloco, dell’inconsolabile viaggio di ritorno Oltremanica e di altri sei entro il d-Day del 29 marzo. Ma non è tutto. Il rimborso spese generali dove lo mettete? Per tre mesi dopo l’entrata in vigore della Brexit, quindi non più in carica, i vedovi britannici di mamma Europa percepiranno ancora la metà dell’assai discussa prebenda di 4.416 euro: dunque 2.208… Naturalmente senza dover documentare un’acca. Per che cosa – del resto – si potrebbero pretendere da loro le cosiddette pezze d’appoggio? Per un regalo alla consorte? Per la retta scolastica dei figli? Chissà… Forse per la colf. Ma l’Europa che diamine c’entra?

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