Felice Gimondi, addio al campione mite ed elegante del ciclismo italiano

Gimondi emergeva come un campione mite, schivo, per nulla guascone e smargiasso. In definitiva un campione triste, che però in bicicletta andava come un dio

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Felice Gimondi

La scomparsa di Felice Gimondi è un ennesimo segno dell’inesorabile trascorrere del tempo che non può non lasciarci nella tristezza e nella nostalgia.

Solo chi lo ha visto in azione sulla bicicletta sa quanta eleganza riusciva a trasmettere nella pedalata. Sempre composto, incollato sulla sella quando anche nelle cronometro riusciva a unire stile ed efficacia di prestazioni.

È stato protagonista in una stagione d’oro del ciclismo, quella degli anni 60, che grazie a “Processo alla tappa”,  una rivoluzionaria trasmissione televisiva inventata da Sergio Zavoli, riuscì ad estendere anche sullo schermo in bianco e nero la sua popolarità di sport fino ad allora seguito con passione solo lungo le strade.

“Processo alla tappa” fece conoscere anche il lato umano di quello sport. Zavoli, con l’immancabile dolce vita che presumo fosse blu – avendola vista solo scura nel gioco del bianco e nero – era bravissimo nel mettere a nudo i tratti caratteriali dei ciclisti, il loro retroterra ambientale, anche i loro affetti, le loro simpatie e antipatie.

Gimondi ne emergeva come un campione mite, schivo, per nulla guascone e smargiasso. In definitiva un campione triste, che però in bicicletta andava come un dio. Intorno a lui fior fiore di campioni: Vittorio Adorni, il bello, come poi sarebbe stato Cabrini nel calcio. Gianni Motta, nervoso, sempre insoddisfatto, che pedalava come se avesse qualcosa da riscattare, qualcosa da dimostrare. Bitossi, cuore matto, un toscanaccio che appariva segaligno ma che in volata sapeva regolare da campione fior di giangastoni. Vito Taccone, abruzzese di Avezzano, estroverso, caciarone, piccolo e scattante che in montagna saliva come un camoscio e che anche in volata qualche colpaccio riusciva ad assestarlo.

Ma su tutti il grande antagonista, colui che ha costretto Gimondi a vincere molto meno di quello che avrebbe potuto e voluto, fu Eddy Merckx, il cannibale belga. Ennesimo caso, nello sport come nella vita, del confronto tra il puro talento naturale e l’impegno intignato di chi, meno dotato, sopperisce con la fatica e l’allenamento all’inferiorità di doti naturali di cui madre natura l’ha dotato.

Gimondi, in fondo, è stato il Salieri del Mozart-Merckx. Nei suoi confronti quasi sempre secondo, ma con una dignità, un coraggio esemplari.

Ciò nonostante ha vinto moltissimo nei suoi lunghi anni di carriera, a cominciare dal Tour de l’Avenir nel 1964, ancora da dilettante a 22 anni. Da professionista ha collezionato tre Giri d’Italia ( 1967, 1969, 1976 ), un Tour ( 1965 ) e una Vuelta ( 1968), oltre a altre innumerevoli gare.

A Viterbo e nella Tuscia in generale la passione per la bicicletta è molto diffusa. Forse il modo migliore per onorare Felice Gimondi è intitolargli uno o più club amatoriali. O anche dedicare al suo nome una gara da svolgersi sulle nostre strade, magari proprio il giorno 16 agosto, ricorrenza della sua scomparsa.

Oggi desideriamo soltanto salutare commossi non solo un grande campione, ma soprattutto un grande uomo, modello di correttezza e di lealtà.
Riposa in pace caro, indimenticabile amico della nostra adolescenza di ragazzi degli anni 60!

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