Fra Gianfranco Maria Chiti presto santo: un uomo, un soldato, un ministro di Dio

Il Gen. Chiti ha avuto un rapporto stretto con la città. Qui, giovane tenente, servì nel glorioso 3° reggimento Granatieri.

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fra chiti

Viterbo, “un popolo di santi”. È proprio vero! L’agiografia cattolica enumera molti che, tra le sue mura, vissero l’onore degli altari. Non solo Santa Rosa, Santa Giacinta Marescotti, San Crispino, il Beato Domenico Barberi (“Meco della Palanzana”) e l’agostiniano Beato Giacomo da Viterbo, tutti originari del capoluogo, ma anche altri che nel territorio testimoniarono la fede e furono canonizzati Santi.

Impossibile dimenticarsi dei SS. Valentino e Ilario, patroni della Città, ma c’è anche un altro santo in arrivo.

E’ Fra Chiti, al secolo Generale Gianfranco Maria Chiti, già comandante della Scuola Allievi Sottufficiali di Viterbo (S.A.S.), che dopo il congedo si arruolò nei frati minori Francescani. Il processo canonico per la sua beatificazione è giunto al termine. Presto Viterbo avrà un nuovo santo. Il Gen. Chiti ha avuto un rapporto stretto con la città. Qui, giovane tenente, servì nel glorioso 3° reggimento Granatieri. Da qui partì per la missione militare in Russia nel 1941, dove patì la disfatta e la ritirata dal fronte del Don riportando ferite, ma meritando Medaglia al Valor militare.

A Viterbo tornò piu’ in là – dopo alcuni incarichi all’estero – e nel 1978 scelse Rieti (la madre era reatina) per entrare nell’Ordine Francescano presso il convento Frati Cappuccini di Colle San Mauro.

Ma a Viterbo, sin dal suo primo arrivo, il giovane tenente di 20 anni praticò accanto ai doveri militari quelli del buon cristiano. Si spese per portare la parola di Dio tra le sue truppe e tenne  un contegno rigoroso come militare, ma altrettanto come cristiano. Ha interpretato il Vangelo in misura mirabile. E’ diventato santo operando nel mondo. Ha inteso il lavoro come preghiera, è stati un modello di correttezza, disciplina e senso del dovere, santificandosi giorno per giorno.

Gianfranco Maria Chiti non si formò una famiglia e restò scapolo, benché ricercato dal genere femminile per la sua prestanza fisica, il suo carattere forte e i suoi modi gentili. I suoi emolumenti di Ufficiale Superiore li condivise quindi solo con i poveri e i bisognosi di cure.

Era noto che – dopo il “silenzio” serale risuonato nella caserma della SAS – si dirigesse a Roma per fare beneficenza e assistere gli afflitti e che fosse solito spendere la sua licenza di ferie per essere presente e attivo presso gli enti misericordiosi. Infaticabile nel praticare il bene, il “pace e bene” francescano, che tanto apparirebbe antitetico al sentimento militare. Durante il servizio nella Repubblica sociale Italiana salvò dalla fucilazione 200 partigiani, facendoli passare come membri del corpo granatieri: quindi non banda armata, ma militari regolari. Non fu un traditore, ma riconobbe nell’avversario non il nemico, bensì il volto di Cristo che soffre.

E non fu, sempre negli anni di guerra, inosservante delle un inosservante delle leggi dello Stato quando protesse famiglie di ebrei, vedendoli in grave difficoltà e a rischio.

La sua voglia di rendersi utile, faro della sua vita, la esercitò appieno nel mondo silenzioso del convento. Gianfranco Maria Chiti, che da generale comandava e disponeva, pur subordinandosi come frate “torzone” a un Padre guardiano, non perse le capacità organizzative tipiche di un militare.

A lui fu affidato il cadente convento di San Crispino (santo viterbese) di Orvieto perché ne curasse il restauro. Da muri e strutture collassate per l’ingiuria del tempo, Fra Chiti trasformò l’eremo in splendido luogo di pace e di preghiera.

Sotto il saio, Fra Chiti mantenne sempre la giubba militare del Generale Chiti.

Diventato “soldato di Dio”, la sua intensa vita si spense nel novembre 2004 presso l’Ospedale militare del Celio a Roma dove era degente per i postumi di un grave incidente stradale. La sua vita e le sue opere debbono essere un esempio per tutti.

Imbracciare un’ arma e al tempo stesso un rosario non è impossibile!

Padre Chiti ce lo ha insegnato. Al suo fianco ha sostituito la “Beretta 34” con un grosso rosario, oggetti diversi sì, ma che diventano compatibili se chi li porta agisce per il “pace e bene”, il saluto dei Francescani.

Sabato 30 marzo, alle 16, nel Duomo di Orvieto si terrà la sessione finale del Processo di Beatificazione e Canonizzazione del Servo di Dio Gianfranco Maria Chiti, cui seguirà una messa presso il convento di San Crispino officiata da S.E. il vescovo Benedetto Tuzia.
Allora, è proprio vero che chi beve l’acqua della Palanzana, non solo non lascia Viterbo, ma può anche diventare santo!

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