“Furbetti del cartellino” alla Asl di Viterbo, 2 patteggiamenti e 9 a rischio processo

Si tratta dell’inchiesta venuta alla luce nella primavera di due anni fa grazie alle indagini della guardia di finanza

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manlio morcella
L'avvocato Manlio Morcella del foro di Terni, che assiste una ex dirigente indagata

Chiesti due patteggiamenti per i furbetti del cartellino della Asl. Per gli altri nove indagati, il 10 dicembre prossimo il gip Rita Cialoni dovrà decidere sulla richiesta di rinvio a giudizio del pubblico ministero Paola Conti.

Si tratta dell’inchiesta che, venuta alla luce nella primavera di due anni fa grazie alle indagini della guardia di finanza, travolse il servizio trasfusionale dell’ospedale di Viterbo.

Fuori dall’aula 1 del tribunale c’era l’avvocato Manlio Morcella del foro di Terni, che assiste una ex dirigente. Il legale parla di prestazioni trasfusionali a domicilio e di delibere che andrebbero a favore della sua assistita: “Gli investigatori non hanno ragione”. La donna è stata sospesa dal lavoro il 27 gennaio 2017 e licenziata il successivo 31 marzo. Sanzioni pesanti anche per altre dottoresse.

L’indagine. La maxinchiesta coinvolse 23 indagati. Gli indagati facevano la cresta sui cartellini delle presenze: per il pubblico ministero, 12 medici e infermieri gonfiarono gli stipendi per un milione e 300mila euro in cinque anni. Alcuni dipendenti dell’azienda sanitaria erano riusciti a ottenere maggiorazioni dello stipendio persino in giornate in cui erano assenti dal posto di lavoro. Chi andava alla recita di Natale del figlioletto, chi a fare acquisti, altri al mercato rionale. Alcuni, in particolare, non si facevano alcuno scrupolo e se ne tornavano a casa. Una pratica fin troppo diffusa quella del badge prestato allegramente a colleghi e amici da timbrare al posto di altri.

Appostamenti e pedinamenti in pochi giorni portarono ai primi risultati tanto da convincere la Procura a far installare telecamere e microspie nonché a monitorare gli spostamenti degli impiegati Asl attraverso i movimenti dei loro telefoni cellulari. Un lavoro investigativo difficile per la possibilità dei dipendenti di timbrare il badge in varie postazioni della struttura ospedaliera.

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