A 61 anni dalla sua nascita, rendiamo omaggio a Giancarlo Siani, giornalista ucciso dalla mafia nel 1985

Giancarlo Siani, il coraggio di essere giornalista

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Giancarlo Siani aveva solo 26 anni quando fu trucidato sotto la sua abitazione in via Vincenzo Romaniello, a qualche metro di distanza da piazza Leonardo, nel quartiere napoletano dell’Arenella. Appena sceso dalla sua Citroen Mehari verde, con capotte in tela,

La Citroen Mehari di Giancarlo Siani

due sicari mafiosi gli spararono, colpendolo 10 volte in testa con due pistole Beretta 7.65mm. L’agguato avvenne attorno alle 21 di quel 23 settembre 1985.

Giancarlo Siani non era un pentito, né tanto meno qualcuno che non aveva pagato il pizzo. Il giovane Siani era un giornalista, e forse era proprio questa la sua colpa: essere un giornalista e fare informazione in una terra martoriata dai crimini della mafia. Ci vuole coraggio per sfidare un potere forte come quello che la mafia esercitava in quegli anni nelle terre che i boss ritenevano loro feudi, e di coraggio lui ne aveva molto.

Il ragazzo napoletano aveva un sogno nel cassetto: quello di diventare un giornalista professionista. Collaborò con Il Mattino, e proprio nel periodo in cui lavorava per il giornale partenopeo riuscì a risalire alla gerarchia mafiosa che legiferava in tutta Napoli e non solo. Siani scoprì una serie di connivenze che si erano stabilmente create, all’indomani del terremoto in Irpinia, tra esponenti politici e il boss locale, Valentino Gionta, un uomo che, da pescivendolo ambulante, aveva costruito un business illegale. Gionta era partito dal contrabbando di sigarette, per poi spostarsi al traffico di stupefacenti, arrivando infine a controllare addirittura l’intero mercato di droga nell’area torrese-stabiese.

Le inchieste del ragazzo scavavano sempre più a fondo, tanto che lo portarono a scoprire la moneta con cui i boss mafiosi facevano affari. Siani con un suo articolo accusò il clan

Giancarlo Siani

Nuvoletta, alleato dei Corleonesi, e il clan Bardellino, esponenti della “Nuova Famiglia”, di voler spodestare e vendere alla polizia il boss Valentino Gionta poichè egli era divenuto pericoloso, scomodo e prepotente. Ma quelle rivelazioni, ottenute da Giancarlo grazie ad un suo amico carabiniere e pubblicate il 10 giugno 1985, furono la sua condanna a morte.

In quell’articolo, Siani ebbe modo di scrivere che l’arresto del boss Valentino Gionta fu reso possibile grazie ad una soffiata che esponenti del clan Nuvoletta fecero proprio ai carabinieri. Il boss fu infatti arrestato poco dopo aver lasciato la tenuta del boss Lorenzo Nuvoletta a Marano, comune a Nord di Napoli. Secondo quanto successivamente rivelato dai collaboratori di giustizia, l’arresto di Gionta fu il prezzo che i Nuvoletta pagarono al boss Antonio Bardellino per ottenerne un patto di non belligeranza. Siani ci aveva visto lungo.

La pubblicazione dell’articolo suscitò le ire dei Nuvoletta: agli occhi degli altri boss partenopei e di Cosa Nostra, i due avevano fatto la figura degli “infami”. Da quel momento i capi Lorenzo ed Angelo Nuvoletta tennero numerosi incontri per decidere quale metodo utilizzare per eliminare Siani. Nel giorno di ferragosto 1985 la camorra decise di uccidere

Il corpo di Giancarlo Siani crivellato di Colpi

Siani, stabilendo che l’assassinio doveva avvenire lontano da Torre Annunziata per depistare le indagini. Giancarlo lavorava sempre alacremente alle sue inchieste e stava per pubblicare un libro sui rapporti tra politica e camorra negli appalti per la ricostruzione post-terremoto, i proiettili dei camorristi glielo impedirono.

Ci vollero 12 anni prima che la legge riuscisse a dare un nome ed un volto ai suoi assassini, che furono identificati nelle persone di Ciro Cappuccio e Armando Del Core. Ovviamente i due sono gli esecutori materiali dell’omicidio, i mandanti furono ovviamente i fratelli Nuvoletta.

Ad oggi, Giancarlo Siani è uno degli esempi più fulgidi di come dovrebbe essere un giornalista: libero, coraggioso, desideroso di giustizia, soprattutto sociale. Noi vogliamo ricordarlo con una delle sue frasi: “Potrai cadere anche infinite volte nel percorso della tua vita, ma se sei realmente libero nei pensieri, nel cuore e se possiedi l’animo del saggio, non cadrai mai in ginocchio, ma sempre in piedi!”.

 

1 commento

  1. Ottimo e convincente articolo: la libertá di pensiero, la correttezza dell’espressione, l’oggettività di quanto si rappresenta, la serietá dell’informazione… tutte caratteristiche che esulano dalla stampa di regime, serva sciocca dei soliti “nani e saltimbanchi” di ogni dove … se ne trovano a frotte di questi omuncoli e donnicciole pronti e pronte a genuflettersi sorridenti pur di accontentare l’idiota di turno, sia esso un politico, un magistrato, un titolato tutore dell’ordine… purtroppo questa non è “l’Italia di Vittorio Veneto”, ma solo la sponda dell’Africa, manipolata da una classe di uomini al suo Governo che avrebbero potuto solo discretamente figurare in qualche refluo di avanspettacolo del dopo-guerra… povera Italia nostra!!!!

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