Giovedì il verdetto sui ricorsi presentati contro la chiusura del Pozzo S. Sisto. E La causa civile va avanti. Tempi lunghi

Giovedì prossimo 16 maggio il Tribunale di Viterbo si esprimerà sui ricorsi presentati dalla Società Antiche Terme Romane e dall’Associazione Le Masse contro l’esecuzione del provvedimento di chiusura del pozzo termale S. Sisto

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masse di san sisto

Giovedì prossimo 16 maggio il Tribunale di Viterbo si esprimerà sui ricorsi presentati dalla Società Antiche Terme Romane e dall’Associazione Le Masse contro l’esecuzione del provvedimento di chiusura del pozzo termale S. Sisto.

Come si ricorderà, circa nove mesi fa, la Regione Lazio aveva concesso l’acqua della scaturigine del pozzo S. Sisto, che sgorga nel terreno di proprietà delle Antiche Terme Romane, alla Soc. Free Time. Quindi, il 21 marzo, c’ era stata l’ordinanza del giudice Federico Bonato, che ordinava l’accesso sul terreno delle Antiche Terme Romane alla Soc. Free Time perché”… possa emungere e sfruttare, con le modalità che riterrà più opportune, quanto oggetto di concessione”. Da qui si era arrivati alla richiesta della Soc. Free Time di “ricondizionare”(cioè chiudere con una saracinesca) il pozzo San Sisto.

Contro l’ordinanza, com’è noto, hanno presentato ricorso sia Le Antiche Terme Romane tramite l’avv. Cesare Costa, che l’Associazione Le Masse tramite l’avv. Stefano Brenciaglia. Abbiamo raggiunto per telefono i due legali per conoscere meglio le motivazioni del ricorso. Entrambi hanno sottolineato che l’esecuzione del provvedimento di chiusura del pozzo non può essere di competenza di un giudice ordinario, perché la questione è solo di competenza regionale. Solo la Regione, infatti (secondo la tesi ribadita dai due professionisti), può decretare l’espropriazione dell’area e la sua occupazione d’urgenza. L’avv. Costa ha aggiunto: “Il nostro è un ricorso chiamato ‘incidente di esecuzione’ sulle modalità previste”. Ha inoltre spiegato che la proprietà Antiche Terme Romane si oppone anche all’occupazione del terreno per 10 giorni – che servirebbero per l’ esecuzione dei lavori – e alla recinzione stabile di 2 metri per due metri che verrebbe installata per proteggere i dispositivi del pozzo S. Sisto ricondizionato, pur riconoscendo i diritti sulle acque  da parte della Soc. Free Time. Alla domanda sulle possibilità di accoglimento del ricorso, l’avv. Costa ha preferito non rispondere. Ha però precisato che è pendente un giudizio di merito sul quale sarà emesso un verdetto, che potrebbe arrivare anche dopo gli eventuali lavori e che potrebbe dunque rimettere in discussione tutta la questione. Sulla stessa linea anche l’avv. Brenciaglia, il quale sostiene che – dopo l’accoglimento del primo ricorso per le attività commerciali senza licenza – la competenza sarebbe dovuta tornare al Collegio giudicante, in quanto il giudizio è andato oltre quanto stabilito dal Collegio stesso. Altro elemento, a suo avviso, è che l’attività dell’Associazione Le Masse non è e non può essere in contrasto con quella della Free Time, perché si tratta di un’ attività di terme libere e di usi civici. Non solo: il pompaggio di acqua termale fatto dalla Free Time sarebbe “eccessivo” e dovrebbe limitarsi a 15 litri al secondo.

Abbiamo voluto ascoltare anche il dott. Pier Luca Balletti, che rappresenta la proprietà del terreno sul quale è attiva l’Associazione Le Masse, il quale ha rilevato che – secondo lui – “il provvedimento cautelare non è applicabile, in quanto non esiste quello che il codice chiama ‘periculum in mora’ (cioè pericolo, o danno, causato dal ritardo nell’esecuzione)”. Balletti ritiene che vada comunque attesa la sentenza: “Si è solo all’inizio della causa – spiega – ed effettuare i lavori adesso potrebbe pregiudicare l’esito finale”. I suoi avvocati – rende noto – hanno anche chiesto la revoca dell’ampliamento della concessione mineraria che la Regione ha assegnato alla Free Time, in quanto non sarebbero state rispettate tutte le norme previste. Ma non è finita qui: c’è pure una denuncia sulle vasche abusive (presenti sul terreno della Free Time) perché “non sanabili e non sanate”, per cui rimarrebbero abusive.

Alla luce dei fatti, e della complessità della controversia giudiziaria, riteniamo che l’aggrovigliata matassa sarà ancora molto lunga da sbrogliare.

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