Una buona notizia, che non ci fa dimenticare colpe e responsabilità

Guariti i due turisti untori di Wuhan. Ma attenzione a chi ci vorrebbe una colonia cinese!

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Poveracci. Non ce l’abbiamo certo con loro.

Che, dopo quasi tre mesi di sofferenza, hanno finalmente girato i tacchi e se ne sono tornati felici a casetta spandendo ringraziamenti e lodi ai medici che li hanno curati e proclamando eterno amore per l’Italia.

Il direttore Giovanni Masotti

Guariti, i primi malati di Coronavirus in Italia. Due coniugi ultrasessantenni di Wuhan, lui biochimico (pura coincidenza, ci auguriamo), lei studiosa di Belle Lettere. Era il 29 gennaio quando si ammalarono in un hotel romano, vennero a fatica riconosciuti positivi all’ancora oggetto misterioso Covid-19 – che impazzava dalle loro parti – e portarono il virus nella capitale.

Involontari untori, insomma.

Ma la colpa vera e imperdonabile è di chi li fece partire, lo sfingeo governo comunista di Pechino. E – ancora di più – di chi permise che approdassero nel Belpaese, la triade dei soliti noti Conte-Zingaretti-Di Maio che gareggiavano nel ridacchiare, minimizzare e sottovalutare il caso. Ricordo ancora le loro facce di bronzo, le loro dichiarazioni melliflue e rassicuranti al momento della scoperta dei due turisti con gli occhi a mandorla contagiati in mezzo a noi. Imbecilli, naturalmente, erano quelli che mettevano in guardia. Loro dei gran furboni. E abbiamo visto com’è andata a finire… Maledetti incompetenti che hanno ritardato con esiti fatali il contrasto duro alla nuova peste cinese!

Ci rallegra che la coppia si sia salvata, ovvio e umano che una notizia del genere ci sollevi. Ma esultare e dirgli “arrivederci”, mi spiace, proprio no! Non dovevano venire lorsignori. Andavano rimandati indietro assieme a tutti i loro connazionali che sono venuti a impestarci. Questo avrebbe fatto un governo degno di questo nome, meno indaffarato a stringere affari ed alleanze con il dittatore Xi Ping e i suoi oligarchi. E invece i voli da e per la Cina vennero bloccati molto dopo, troppo dopo. Responsabilità grave, gravissima.

Soprattutto alla luce di quello che si era sempre saputo, ma che non bisognava dire e che si dice solo ora perché gran parte dei paesi occidentali, ma non l’Italia, accusano apertamente Pechino di essersi lasciato sfuggire il virus creato in laboratorio, di averne taciuto a lungo l’esistenza, di averlo tranquillamente sparso per il mondo e soltanto in una seconda fase di averlo combattuto fornendo le informazioni, che avrebbero dovuto essere diffuse subito, con settimane e settimane di irrecuperabile ritardo. Per questo non riusciamo a scalmanarci di esultanza di fronte alla lieta novella. Perché della Cina e dei cinesi ne abbiamo fin sopra i capelli e, scusate, ne abbiamo abbastanza di essere invasi da loro, dai loro negozi a prezzi stracciati e dalle loro dubbie attività, dai loro ristoranti maleodoranti.

E guai a chi – sapete a chi mi riferisco – sta lavorando nell’esecutivo per allontanarci dalla nostra tradizionale collocazione internazionale e trascinarci al servizio di Xi. Vogliamo diventare una colonia cinese solo per arricchire chi ha tessuto abilmente una losca tela per prosperare sull’asse della futuribile via della Seta? Se dobbiamo essere subalterni, allora meglio gli itinerari conosciuti. Ma con una robusta iniezione di italianità, quel sano sovranismo che fa storcere la bocca ai padroni del vapore, troppo impegnati a lucrare sulla tragedia che ci ha colpiti.

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