Guelfi e Ghibellini, il grande assedio!

Nel 1243 Federico II arriva finalmente a Viterbo, alla guida di un grosso esercito, e immediatamente stringe d’assedio la città.

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E così Viterbo, da un giorno all’altro, da Ghibellina convinta, ritornò Guelfa e alla sottomissione al Papa, ripudiando l’amicizia e i patti stretti con Federico II. Questa scelta di campo a favore della Chiesa è un altro punto, che Viterbo segnò a suo vantaggio, e che peserà notevolmente sulla decisione di Alessandro IV, di scegliere Viterbo come sede papale.

Come ogni medaglia, anche questo cambio di campo, ebbe il suo rovescio. Il voltafaccia operato dai Viterbesi, creò subito grossi problemi, tra il popolo e il distaccamento dei circa quattrocento militi imperiali, che Federico II aveva lasciato a presidio della città.

Il comandante della guarnigione, conte Simone di Chieti, vista la crescente ostilità del popolo viterbese, ordinò ai suoi di ritirarsi all’interno del Castello di San Lorenzo, di proprietà della famiglia ghibellina dei Tignosi che, in virtù di questo possedimento era anche chiamata “la famiglia de Castello”.

Il possente bastione accolse così tutta la guarnigione imperiale, e insieme a loro, anche i maggiorenti Viterbesi di fede ghibellina. Il conte Simone di Chieti, come se avvertisse in cuor suo, che da questo fortilizio non sarebbero usciti presto, ordinò un grande approvvigionamento di vettovaglie e munizioni. Poi fortificò con ogni tipo di difesa, la Torre di Landolfo Tignosi, che si ergeva a capo del ponte del duomo, e proteggeva  l’ingresso al Castello.

Finite le operazioni di trasferimento, il conte Simone di Chieti, ordinò di sbarrare le porte di accesso al Castello.

Il comandante della guarnigione imperiale vista la piega che avevano preso i fatti, vergò subito messaggi urgenti per Federico II, affidandoli nella notte a cavalieri valorosi, che s’involavano fino a Castel del Monte, dove l’Imperatore aveva stabilito il suo quartiere generale. Nelle missive il conte informava Federico della situazione che si era creata a Viterbo, e chiedeva di intervenire in suo aiuto, con un poderoso esercito al più presto.

Nel 1243 Federico II arriva finalmente a Viterbo, alla guida di un grosso esercito, e immediatamente stringe d’assedio la città. I Viterbesi riescono, però, a mostrare ancora una volta la loro gagliardia e il loro valore, sotto la guida militare del più insigne viterbese di quel secolo, Raniero Capocci, guerriero, politico e Principe della Chiesa.

Un aiuto spirituale importante, durante l’assedio di Federico II, furono le preghiere della piccola Vergine Rosa, che aveva solo poco più di dieci anni, ma esercitava costantemente la preghiera, la penitenza e il digiuno.

E’ da considerare che l’Imperatore Federico II, mise in campo macchine da guerra poderose, progettate da lui stesso ad hoc, e fatte costruire sul posto, per vincere le poderose difese delle mura di Viterbo.

Tra queste primeggiava la Maristalla. Era questa una torre montata su ruote, più alta delle nostre mura, tutta rivestita da scudi metallici, e munita di rostri per demolire le mura di Viterbo, pietra su pietra, e di catene e argani per divellere gli steccati. Al suo interno dietro la cortina metallica di robusti scudi, si annidavano decine di arcieri imperiali, che trafiggevano senza pietà i viterbesi, quando si mostravano da dietro le merlature.

Proprio quando la città stava per soccombere all’assedio, un manipolo di eroici viterbesi violò le difese dell’accampamento di Federico, che si trovavano sul Colle Aldobrandino, proprio di fronte a Porta Faul, e incendiò tutto quello che poteva prendere fuoco: tende, palizzate, steccati, fieno, legname, e quant’altro era presente nell’accampamento. Questa sortita alle spalle degli assedianti, che ebbe effetti devastanti, e scompigliò tutti i piani di Federico II, fu possibile in virtù dei cunicoli sotterranei che percorrono ancora oggi le viscere di Viterbo, scavati nei secoli passati dai nostri progenitori etruschi.

Quando i soldati di Federico, che erano tutti mercenari, videro le alte volute di fumo e le fiamme che si levavano dall’accampamento, abbandonarono immediatamente le mura cinte d’assedio, e corsero a salvare i loro averi, custoditi nelle tende. Questo bastò perché i nostri combattenti, imbaldanziti, li inseguissero uccidendone molti, mentre altri viterbesi usciti anche loro allo scoperto, abbattevano le macchine da guerra di Federico II, distruggendole e incendiandole.

L’Imperatore vista la brutta piega che prendevano gli avvenimenti, s’impegnò come un ossesso per riportare i suoi militi sotto le mura, ma tutti i suoi sforzi furono inutili, e non dettero alcun risultato. Così, dopo qualche giorno, deluso e mortificato, fu costretto a firmare una pace, e ad abbandonare Viterbo.

Gli anni che seguirono l’assedio, furono per noi veramente difficili e di grandi sacrifici, connotati da una grande fame. Infatti, le campagne erano state tutte devastate, e mancava ogni tipo di raccolto. Ma piano piano Viterbo si riprese, e dopo pochi anni riuscì a rialzare la testa, tornando a essere un Comune forte e fiero. Dall’anno 1250 raggiunse di nuovo il controllo, e la totale sottomissione di tutti i castelli del contado.

Nel 1251 muore a Viterbo in odore di santità Rosa, la piccola verginella che aveva vissuto operando vari miracoli, guadagnandosi la stima e la venerazione di tutto il popolo viterbese.

La sua morte sarà tenuta segreta, per paura che il popolo accorrendo nella sua casa, avesse potuto rovinare il suo corpo, con eccessi di fanatismo religioso.

Il funerale sarà celebrato in forma segreta e la verginella viterbese troverà sepoltura nella nuda terra, proprio in un’aiuola di fianco all’ingresso della chiesa di S. Maria in Poggio. Oggi la chiesa (denominata della Crocetta) ha una scalinata con balaustra. In quel tempo c’era un terrapieno, che ai lati dell’ingresso della chiesa, aveva piccoli giardini ornamentali.

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