Hrant Dink: il giornalismo e la libertà di informazione

Il 15 settembre ricorreva l’anniversario di nascita del giornalista turco-armeno Hrant Dink

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Perché scrivere e leggere articoli di giornale?

Quale è la meravigliosa bellezza di questa professione?

Cosa non andrebbe mai perduto? Cosa dovrebbe essere considerato inviolabile?

Informare e informarsi è un diritto sacrosanto e il giornalismo non dovrebbe mai smarrire il suo filo rosso, la sua deontologia.

Fare giornalismo è un atto comunitario, è un operare che guarda verso l’altro, che fa l’occhiolino alla collettività.

Fare informazione dovrebbe intendersi come un contributo dato alla libertà.

È proprio grazie all’informazione infatti, quella libera, quella giusta, quella scevra da condizionamenti e interessi, siano essi politici, economici o quant’altro, che nasce e si rafforza la democrazia.

È solo tramite una conoscenza approfondita e attenta, tramite un’investigazione mirata che non escluda alcun punto di vista, che si formano le coscienze, le buone coscienze, che si solidificano le opinioni degli uomini: non importa se vicine o antistanti, quel che conta è che abbiano un solido fondamento.

Fare giornalismo e farlo bene è un obbligo morale verso la comunità, la società, verso gli altri e se stessi.

Non sono mancati però, personaggi che hanno pagato per tutto ciò, un conto salato. Di nomi ce ne sono tanti, se ne ricorda uno, il cui anniversario di nascita ricorreva solo qualche giorno fa, proprio il 15 settembre.

Nasceva in questa stessa giornata del 1954 Hrant Dink, uno scomodo giornalista, che ha pagato con la sua stessa vita l’audacia di un “mestiere” ben svolto.

Merita di essere ricordato, Dink, eretto a simbolo della libertà informativa.

È stato assassinato con tre colpi di pistola il 19 gennaio del 2007 a Istanbul, proprio all’ingresso della sede del settimanale che egli stesso dirigeva.

“Agos”, pubblicato sia in turco sia in armeno, si tradusse ben presto in un punto di riferimento per quanti credevano in una possibile Turchia più democratica.

In un editoriale poi, uscito poco prima della sua morte, Dink rese nota l’origine della figlia adottiva di Atatürk, che sarebbe stata appunto, un’orfana armena.

Di lì, il processo, con l’accusa di oltraggio all’identità turca.

Si è trattato di un assassinio di Stato per gran parte dell’opinione pubblica, data dalla mancanza di protezione per il giornalista e dall’insabbiamento delle prove nel processo.

L’indignazione generale si è tradotta, nel corso del tempo, in una marcia che, anno dopo anno, ha saputo unire tutti, non ha escluso nessuno, non ci fu individuo che ne rimase indifferente; né politici né apolitici, non i turchi né gli armeni, non i suoi amici e neppure chi aveva imparato in quella stessa occasione a conoscerlo; tutti insieme, in onore del suo ricordo nella marcia del 19 gennaio, data che segna la sua morte.

“Siamo tutti armeni, siamo tutti Hrant Dink” urlava la folla che annualmente scendeva spontaneamente in piazza per lui, per quell’uomo comune ma di spiccato coraggio, quello con il quale potersi facilmente identificare, quello mite e aperto al dialogo.

La popolazione sapeva finalmente essere unita, accorpata, senza curarsi delle barriere e dei simboli che invece, per loro stessa natura, dividono.

È un grido che ha bisogno di rimanere vivo, sono frasi che meritano di risuonare ancora.

È necessario che continuino ad esistere, che lo facciano in onore della sua memoria, affinché possa divenire oggi una guida tanto urgente quando necessaria, affinché si trasformi in un esempio per quanti si accostano a questo modo;

per i fruitori di notizie sì, ma anche e soprattutto per chi, le notizie le cerca, le scova, le raccoglie e le condivide.

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