"I ricordi e le impressioni condivise sono un arricchimento per tutti"

I luoghi del Cuore di Viterbo, la risposta della lettrice Mariapia Guidi

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Lunedì scorso avevamo proposto un “gioco” ai nostri lettori. Quello di raccontarci quali sono i loro luoghi del cuore di Viterbo. Oggi pubblichiamo il primo  graditissimo contributo da parte di Mariapia Guidi, che ringraziamo molto.

Sarebbe bello se anche altri seguissero l’esempio di Mariapia. Noi ci speriamo, perché i ricordi e le impressioni condivise sono un arricchimento per tutti. Non servono molte righe di testo, quello che conta è l’autenticità della testimonianza di ciascuno.

Attendiamo le vostre foto e i vostri ricordi alla mail redazione@lamiacittanews.it

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Il mio è un luogo di cuore e di radici

Vivo a Viterbo dal 2013 e non so se posso definirmi radicata nel territorio. Ma, visto che dove ho vissuto finora non ho messo radici, non mi meraviglierei se anche con Viterbo mantenessi un rapporto distaccato.

Potrei vivere bene e male in ogni luogo, apprezzarne le virtù e deprecarne i vizi, ma rimarrei territorialmente anarchica. Questo non significa però che la città dove ho scelto di vivere non abbia un suo posto nel mio cuore.

Cominciamo a dire che non si tratta di una piazza, né di una chiesa e neppure di un giardino; anche se Viterbo ne ha tanti da farci innamorare! Il posto  di cui voglio parlarvi – restando in tema di radici – è un posto pieno di radici in ogni senso.

È il monte della Palanzana, con la sua storica croce piantata sopra il pizzo del monte, nonché chiamato anche Monte Pizzo. La montagna dei viterbesi, la seconda protettrice di Viterbo dopo S. Rosa, che ci protegge dalle intemperie pur non avendo i requisiti della montagna, visto che la sua altezza è più accostabile a quella di una collina ben formata.

Ma non importa la forma, è l’aspetto che ci piace di questo luogo. Proprio la sua dimensione che la rende accessibile a tutti. I ciclisti sono i frequentatori più assidui, s’inerpicano su per sentieri strettissimi così impervi, che molto probabilmente hanno tracciato loro stessi a furia di passarci. I percorsi per raggiungere la “vetta” sono ufficialmente due: l’Eremo e il Meleto.

Il Meleto è quello che preferisco, perché da lì ho la sensazione di entrare in casa di qualcuno. Gli alberi fitti formano le pareti che delineano il sentiero, dove in alcuni punti il passaggio si fa ancora più difficile per via degli enormi massi che sembrano voler uscire fuori dalla madre terra.  Si va su, su, su con il fiato corto tra mille fruscii, (cinghiali?) cornacchie, calpestio di foglie e rami secchi

Quando arrivi la Palanzana ti accoglie nel suo salotto: le gigantesche pietre vulcaniche sono le sedute su cui accomodarti e riposare.

A questo punto entra in scena la bellezza. Da sopra uno dei tanti macigni puoi guardare giù in basso; i rami e le foglie delle maestose querce intersecandosi tra di loro creano una fitta rete, bella come un ricamo fatto con il tombolo.  La croce di ferro è lì davanti a te, si staglia austera come un monumento nello spazio aperto. Sull’orlo del precipizio puoi guardare la montagna all’incontrario, arrivare con lo sguardo laggiù, fino a vedere la città che se ne sta distesa e immobile. E in quel momento sentirti più alta della montagna,

Mariapia Guidi

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