A distanza di mesi non è ancora chiaro quale sia l'iter dei tamponi, nel frattempo scuole, bambini e genitori abbandonati a loro stessi. Quanto intende aspettare ancora il comune di Viterbo?

I tamponi stanno creando sempre più disagi alle famiglie

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La lunghissima fila che si è venuta a creare al drive-in di Belcolle

Da quanto dicono alcuni illustri medici, la famigerata “seconda ondata” sembra essere arrivata. I contagi crescono, anche se moltissimi sono gli asintomatici ed i paucisintomatici, ma le istituzioni sembrano essere state colte letteralmente alla sprovvista.

I presidi delle scuole sono stati abbandonati a loro stessi, ed in moltissimi casi non sanno come comportarsi di fronte alla positività di un alunno. Da protocollo tutta la classe deve essere messa in quarantena ed a quel punto la palla passa alla Asl, ma neanche i sanitari sembrano essere in grado di gestire con criterio una situazione che rischia giorno dopo giorno di diventare una vera e propria bomba sociale.

La nostra redazione in queste ore è bombardata di mail e messaggi whatsapp in cui sempre più genitori riferiscono che, da parte della Asl di Viterbo, non c’è un briciolo di chiarezza per quanto riguarda l’iter che, in teoria, dovrebbe portare le famiglie ad effettuare i tamponi.

Le contraddizioni, agli occhi dei comuni cittadini, sono evidenti ed il seme della discordia risiede a Belcolle, per la precisione al Drive-In. In questi giorni all’ospedale viterbese le file chilometriche per fare il tampone sono una routine e le ore di attesa che devono fare genitori, bambini e ragazzi di ogni età non si contano. Già in questo articolo avevamo evidenziato le criticità di un servizio che probabilmente è stato sopravvalutato in quanto ad efficienza, ma con il passare dei giorni possiamo constatare che c’è stato un grave peggioramento.

Ad esempio ci è capitato di leggere che la famiglia di un bambino, compagno di classe di un altro bambino positivo, si è recata ieri presso il Drive-In per fare il tampone attendendo quasi una giornata, salvo poi essere rimandata a casa in quanto il protocollo non prevedeva tamponi per il genitori del bambino ma solo per quest’ultimo. Per di più, il tampone al bambino sarà fatto – secondo quanto ci hanno riferito – solo se presenterà sintomi. Quindi, nonostante il figlio fosse ad elevato rischio di contagio, i suoi genitori secondo il protocollo non dovevano sottoporsi al tampone e neanche il figlio, in assenza di sintomi. Certo, non sta a noi giudicare la scienza, ma allora qualcosa andrebbe rivisto nella comunicazione catastrofista riguardante le “catene di contagio” implacabili. Perchè non viene magari pubblicato un preciso vademecum per non mandare allo sbando intere famiglie? Non sarebbe una soluzione più che giusta?

Per prendere un altro esempio, possiamo citare le numerose persone che, dopo essere state a contatto con un caso di positività accertato, sono state messe in isolamento fiduciario dalla Asl in attesa del tampone. Peccato che, da quanto ci è capitato di leggere, ci sarebbero persone costrette ad aspettare addirittura 5 giorni prima di effettuare il tampone e che, addirittura, ci sono famiglie che hanno dovuto attendere più di 5 giorni prima di ricevere il risultato del test ed iniziare la quarantena.

Ma quali sono le problematiche sociali legate a questi due episodi? Beh, nel primo caso possiamo dire che, come da protocollo, il bambino ora deve affrontare 14 (da ieri 10) giorni di isolamento, ma ricordiamo che si tratta di minori. E per questo, almeno uno dei due genitori dovrebbe rinunciare al lavoro per stare a casa e quindi esporsi ad un eventuale rischio di contagiarsi a sua volta. E se magari il bambino fosse invece negativo? Innanzitutto ora dobbiamo dire che questa ipotesi non va affatto scartata, ma poi dobbiamo pensare agli effetti di quei 10 giorni sulla famiglia che viene di fatto “paralizzata” per assistere – giustamente – il proprio o i propri pargoli.

Per quanto riguarda il secondo caso, ovvero quello dell’attesa del tampone e dei risultati, noi abbiamo letto di numerosi casi di attese infinite, ma ci sono anche molti casi in contrapposizione. Ad esempio, ieri abbiamo appreso della positività della segretaria Pd canepinese Manuela Benedetti (a cui vanno i nostri personali in bocca al lupo per una pronta guarigione), per sua fortuna la signora rientrava in quella ristrettissima cerchia di persone che hanno dovuto attendere meno di 24h prima di essere “tamponate” e notificate del risultato. Ma come mai però questa disparità di trattamento? Sia chiaro, la signora Benedetti non c’entra assolutamente nulla, ma come mai ci sono persone che ricevono il risultato prima e persone, costrette all’isolamento, che devono attendere quasi una settimana prima di ricevere il risultato o, addirittura, il tampone stesso?

Per concludere, vogliamo raccontarvi il caso che ci ha fatto strabuzzare gli occhi. Una signora anziana è stata trovata positiva al tampone in fase di preospedalizzazione e, di conseguenza, sua figlia e sua nipote sono state chiamate dalla Asl per essere informate e quindi messe in isolamento in attesa del tampone in quanto suoi contatti stretti. Fino a qui niente di strano, peccato che i membri delle famiglie della figlia e della nipote fossero stati “lasciati liberi” di andare a lavoro e di continuare a condurre la vita quotidiana e che, dopo due giornate intere, la Asl non si fosse fatta minimamente sentire. Dopo due giorni di nulla, sia la madre che la figlia hanno deciso di recarsi, forse per senso civico, al Drive-In per sottoporsi al benedetto tampone, ma gli addetti al Drive-In non hanno affatto gradito la mossa delle due donne, strigliandole. Viene da chiedersi che cosa avrebbero dovuto fare le due signore. Continuare ad aspettare la Asl con il rischio di essere positive e di innescare una catena di contagio? Per fortuna entrambe sono risultate negative ed hanno concluso l’isolamento, ma pensate se l’esito fosse stato diverso: due intere famiglie contagiate con mariti a lavoro e figli a scuola, un potenziale cluster di dimensioni esagerate.

Questi tre casi dovrebbero insegnarci che è più che legittimo chiedere che venga fatta chiarezza attorno l’iter sanitario. A chi possiamo chiedere? Purtroppo la Dr.ssa Donetti non sembra volerci rispondere. A questo punto potremmo interpellare il nostro sindaco Giovanni Arena, massima autorità sanitaria sul territorio, affinché si faccia portavoce dei disagi delle famiglie, sperando che almeno lui abbia la volontà di risolverli. Crediamo che il nostro sindaco non possa più continuare ad osservare quasi impotentemente la situazione, la responsabilità, in termini di coordinamento delle varie istituzioni coinvolte, è la sua e non lo abbiamo di certo stabilito noi.

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