I viterbesi ricordano Woodstock, l’eziologia del mito!

Quand'è che si può dire, di una civiltà o di un fenomeno, che è grande? Quando genera una mitologia

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Molti viterbesi ricordano ancora Woodstock il meraviglioso concerto di ferragosto rimasto nella storia.

Quand’è che si può dire, di una civiltà o di un fenomeno, che è grande? Quando genera una mitologia. E’ stato così per la civiltà greco-romana, il Risorgimento, Pelé, la Ferrari, la pizza e molto altro ancora. In effetti la domanda di “mito” è altissima; si direbbe che le persone hanno necessità di miti ed è certo che il mito concorre all’identità individuale e collettiva. Vivi i tuoi giorni fra casa e bottega? Resterai un Fantozzi qualunque inchiodato all’anonimato perenne senza che un Paolo Villaggio venga a nobilitarti; ma se appena diventi un fan di Paperino questo ti basterà per accedere all’aristocrazia dei super-eroi. Nella speciale mitologia del rock e di Woodstock è opportuno stabilire qualche coordinata di tipo sociologico e culturale.

Come tutti ricordano, la musica rock si è sviluppata negli anni ’60 nel Regno Unito e negli Usa e da lì ha viaggiato per il mondo intero. Tuttavia è negli USA che assume la sua massima caratterizzazione di fenomenologia artistica e sociale. Gli USA sono grandi e in quel mosaico di genti e territori il rock si è contaminato e diversificato mescolando e rimescolando le tante carte della propria identità espressiva. In questo ribollente habitat umano si possono ritracciare alcuni poli focali: la “east coast” dove, sotto la pressione del musicista, poeta, scrittore, premio Nobel Bob Dylan, di Lou Reed, Patty Smith e altri è stata particolarmente coltivata l’avvenenza poetica dei testi e dei temi; la “west coast”, con i grandi annunciatori della rivoluzione globale made in California: i favolosi The Doors, Jefferson Airplain, Grateful Dead, Quicksilver M.S.; poi gli stati centrali (rock-country) e quelli del sud (rock-blues e rithym and blues; vedi alla voce Janis Joplin). A metà degli anni ’60 le etnie del rock erano già delineate; bastava solo mettersi in cammino e trovare gli incroci giusti. Ma non è tutto qui; occorre ricordare che gli USA degli anni 50-60 erano il più grande laboratorio artistico e sociale del mondo; c’era “Sulla strada” di Jack Kerouak; c’erano i più fantastici jazzisti di tutti i tempi: Miles Davis, John Coltrane, il bianco Chet Baker…; c’era l’Actors Studio di Elia Kazan, c’era il reverendo King… E c’era la Pop Art. In quegli anni il rock prese talvolta il nome di Pop Music (a volte “beat music”, in omaggio ad alcuni importanti poeti e scrittori americani contemporanei); e non è un caso. Pop è l’abbreviazione di “popular” e la Pop Art era in realtà una scommessa: è possibile fare arte con i prodotti della cultura popolare?

Gli artisti “pop” dipingevano la bottiglia di Coca Cola, Marilyn, il frigorifero, i fumetti…; oggi le opere pop si trovano in tutti i più importanti musei del mondo. Cosa fecero allora i giovani musicisti (non soltanto) americani di quel periodo? Presero la più popolare musica allora in circolazione, il “Rock and Roll”, tolsero “roll” e l’impiegarono come materia espressiva per raccontare i due maggiori (bi)sogni delle giovani generazioni: pace e libertà.

Tutto questo poderoso movimento toccò la sua massima espressione nel super-concerto del ferragosto ’69 presso la cittadina di Woodstock, nello stato di New York: “3 Days of Peace & Rock Music”; su quel parco, davanti a un milione di giovani, transitarono i maggiori supereroi di quella gloriosa stagione. E’ esattamente lì che si è compiuta la transizione: da fenomeno musicale e di costume a mitologia. Tra qualche giorno ne parleranno tutti i media; siate pronti a riviverla.

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