Ieri, 14 settembre, si è celebrato l’ anniversario della morte di Dante Alighieri

La verità sulla sparizione del corpo del Sommo Poeta sarebbe venuta alla luce solo nel 1865

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Nella notte fra il 13 e il 14 settembre 1321, muore a Ravenna, Dante Alighieri, il padre della lingua italiana. Chissà se, andando nell’aldilà, ha trovato ciò che mirabilmente ha descritto nella Divina Commedia. A lui la vita ha riservato, nella mente, il viaggio che nessuno può fare da vivo e che ognuno immagina in modo diverso. Ha permesso anche a noi lettori di andare nel luogo dal quale non si torna.

Ammalatosi (probabilmente di malaria) mentre faceva ritorno da un’ambasciata a Venezia, con la febbre alta, ha lasciato questo mondo terreno, anche se è rimasta la sua poesia: ogni volta che lo nominiamo, che leggiamo le sue opere, che parliamo, Dante è vivo. La sua salma è stata sepolta in un’arca presso il tempio ravennate di San Pier Maggiore e da allora non ha mai lasciato la città romagnola.

Firenze non tardò a chiedere la restituzione delle spoglie di Dante, la prima volta dopo settantacinque anni dalla morte, poi nel 1428 e di nuovo nel 1476: sempre senza successo. I fiorentini ce l’avevano quasi fatta nel 1519, quando papa Leone X (figlio di Lorenzo il Magnifico) acconsentì alla traslazione del corpo da Ravenna, ormai sotto il governo pontificio, a Firenze: qui sarebbe stato eretto un monumento funerario all’altezza del grande poeta, e Michelangelo si era già proposto per la realizzazione dell’opera. Eppure, al momento dell’apertura del sepolcro, i messi inviati a Ravenna non trovarono nulla: la tomba era vuota.

La verità sulla sparizione del corpo del Sommo Poeta sarebbe venuta alla luce solo nel 1865, quando, nell’abbattere un tratto di muro prossimo alla cappella di Braccioforte, fu trovata una cassetta di legno.

Il coperchio recava la scritta “Dantis ossa a me Fra Antonio Santi hic posita anno 1677 die 18 octobris”, e sul fondo “Dantis ossa a me denuper revisa die 3 junii 1677”. Al suo interno si trovavano ossa “ben conservate, consistenti, non rose da tarli di colore rosso scuro, e quasi in numero da completare uno scheletro” (secondo le parole di Primo Uccellini, autore della Relazione storica sulla avventurosa scoperta delle ossa di Dante Alighieri, 1865).

In conseguenza di questa scoperta, venne organizzata in tempi rapidi la riapertura del sepolcro, che si rivelò naturalmente vuoto – fatta eccezione per tre falangi e alcune foglie di lauro. Si passò allora ad esaminare la struttura della tomba e si scoprì che sul lato dell’urna in corrispondenza con il muro del convento francescano era stato praticato un foro, sufficientemente ampio “che benissimo si erano potute estrarre le ossa racchiuse, compreso il cranio” (Sulla scoperta delle ossa di Dante, 1870).

Ecco dunque risolto il giallo della sparizione delle spoglie di Dante che aveva lasciato sgomenta la delegazione fiorentina del 1519: i frati francescani avevano praticato un foro nel muro del chiostro, bucato la tomba e prelevato le ossa, nascondendole poi nella scatola di legno (il cartiglio del 1677 risale a un successivo passaggio di consegne da un frate all’altro). I resti erano stati ricollocati nel sepolcro nel 1781, e poi nuovamente sottratti nel 1810, quando il convento fu soppresso per l’editto napoleonico: fu allora che i frati nascosero la cassetta nel muro.

Dopo l’inaugurazione ufficiale del 5 settembre 2020, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, si sono tenute, il 13 settembre, le celebrazioni per il 699° anniversario della morte Sommo Poeta, a cura di Comune di Ravenna, Istituzione Biblioteca Classense e Centro Dantesco dei Frati Minori Conventuali.

A Viterbo, e in particolare al Bullicame, ove Dante passò, qualcuno ricorda i suoi versi: ” Quale del Bulicame esce ruscello
che parton poi tra lor le peccatrici,
tal per la rena giù sen giva quello.”
La sorgente delle terme il Bullicame è citata da Dante Alighieri nella Divina Commedia (Inferno, canto 14).

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