Il 18 giugno 1959 moriva il grande poeta di Tarquinia Vincenzo Cardarelli

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“Non so dove i gabbiani abbiano il nido,
ove trovino pace.
Io son come loro
in perpetuo volo.

La vita la sfioro
com’essi l’acqua ad acciuffare il cibo.

E come forse anch’essi amo la quiete,
la gran quiete marina,
ma il mio destino è vivere
balenando in burrasca.”

I Gabbiani di Vincenzo Cardarelli volano alti sul mare di Tarquinia.
Gli uccelli marini sono padroni indisturbati dei cieli che sovrastano le azzurre immensità del mare nostrum.

Nella cara Tarquinia nacque Vincenzo Cardarelli, al secolo Nazareno, dove suo padre (Antonio Romagnoli) gestiva il buffet della stazione ferroviaria e qui trascorse la sua infanzia e la sua adolescenza.

Figlio illegittimo, ebbe un’infanzia travagliata, privata sin dall’inizio della presenza materna (Giovanna Caldarelli abbandonò la famiglia quando Vincenzo era piccolo), caratterizzata da una menomazione al braccio sinistro e dalla solitudine.
Conseguì solo la licenza elementare, ma poi continua gli studi come autodidatta.

«Così la fanciullezza fa ruzzolare il mondo e il saggio non è che un fanciullo che si duole di essere cresciuto.»
scrisse.

Si trasferì non ancora ventenne a Roma dove, per mantenersi, intraprende vari mestieri (fra i quali quello di correttore di bozze) per dedicarsi infine al giornalismo professionale.

Scrisse anche nel quotidiano “Il Tempo.”
Nel febbraio del 1920 uscì “Viaggi nel tempo”.
Nel 1925 iniziò a collaborare al quotidiano Il Tevere di Telesio Interlandi, inizialmente come critico teatrale, in seguito occupandosi di letteratura. Tra settembre e dicembre pubblicò sul medesimo giornale diverse prose liriche (confluite in seguito nel Sole a picco).

Collaborò con varie testate tra cui l’Avvenire, la Voce, la Ronda, di cui fu il fondatore insieme a Cecchi e Bacchelli.

La rivista sosteneva che la letteratura dovrebbe restare al di fuori di ogni impegno civile e politico e deve avere interessi prevalentemente letterari.

Esaltava il ritorno al classicismo formale, come espressione di razionalità e di ordine logico. Sosteneva inoltre il disimpegno sui problemi concreti, sostenendo come modelli culturali Leopardi e Manzoni e opponendosi al futurismo, al simbolismo di Pascoli, al decadentismo di D’Annunzio. I Rondisti restarono tradizionalisti e contrari ad ogni modernismo e sperimentalismo della letteratura e dell’arte.

Cardarelli ebbe un’esistenza inquieta e solitaria. Visse per tutta la vita in condizioni economiche precarie, spesso in camere d’affitto. Era facilmente irascibile e litigioso, anticonformista e grande conservatore.

Ebbe una breve convivenza con la scrittrice Sibilla Aleramo; sembra che la relazione sia stata di tipo platonico.

Scrisse anche ne L’Italiano, diretto dal giovanissimo Leo Longanesi. Nel 1928 si recò in Russia, inviato del Tevere. Nel 1930, di ritorno dalla Russia, scrisse su Il Bargello di Firenze.

La sua fama resta legata alle numerose poesie e prose autobiografiche, raccolte in Prologhi (1916), Viaggi nel tempo (1920), Favole e memorie (1925), Il sole a picco (1929), Il cielo sulle città (1939).
Molto intense le opere Lettere non spedite (1946), Villa Tarantola (1948).

Fu direttore, dal 1949, della Fiera letteraria, insieme al drammaturgo forlivese Diego Fabbri. Nel 1954 con Viaggio d’un poeta in Russia, vinse la prima edizione del Premio Napoli.

Fu un oratore brillante e un letterato severo, avendo vissuto una vita vagabonda, solitaria e di austera e scontrosa dignità.

Suoi maestri furono:
Baudelaire, Nietzsche, Leopardi, Pascal, che lo portarono a esprimere le proprie passioni con un senso razionale, senza troppe esaltazioni spirituali.

La sua poesia è ricca di immagini e di stati d’animo, descritti in modo incisivo.
Diventano tematiche predilette: l’amore, la famiglia, le stagioni, i paesaggi e le città.

La produzione poetica è raccolta in un unico volume dal titolo Poesie.
Nel 1929 vinse il premio Bagutta con “Il sole a picco”.
Nel 1948 prese il premio Strega con “Villa Tarantola”.
Morì nel 1959 e fu sepolto a Tarquinia.

Come su un pentagramma, il grande poeta abbozzò note indimenticabili dell’esistenza umana. Sembra di sentire talvolta una dolce melodia leggendo le sue opere.

La sua inquietudine esistenziale, espressa nei temi di una scontrosa passione per la condizione umana, dell’amore, dell’ adolescenza, del fluire e del declinare dell’esistenza verso una sera che non gli è stata di “rosea tristezza “, costituisce il tema di fondo del dialogo quotidiano con i versi, che portò con sè fino alla morte.
Scriverà lo stesso Cardarelli: ” La vita io l’ho castigata vivendola “.

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