Il 22 luglio di 19 anni fa ci lasciava “il principe del giornalismo”: Indro Montanelli

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Era il 22 luglio di 19 anni fa quando ci lasciava Indro Montanelli, all’età di 92 anni: era nato a Fucecchio il 22 aprile 1909. Il “giornalista” per eccellenza, d’assalto, critico, costruttivo, sanguigno, ha segnato il XX secolo, anche se molti vorrebbero oscurarne anche il ricordo.

Così, a Milano i Sentinelli, organizzazione antifascista, e l’Arci, che hanno chiesto al Sindaco di rimuovere il monumento al giornalista e di revocare l’intitolazione dei giardini dedicati a lui.

Fu perfino imbrattato di rosa il suo monumento tempo fa a Milano, l’8 marzo, per condannare il fatto che nel 1935, quando era volontario in Etiopia, gli dettero in moglie una ragazza giovanissima, come era allora costume in quella fetta d’Africa.

Ciò aveva provocato una piccola onda mediatica e un utile dibattito pubblico. Alcuni a favore, altri contrari.

Cresciuto sotto l’egida del fascismo, nel 1935 decide di partire e arruolarsi nel ventesimo battaglione eritreo, esperienza raccontata in un diario pubblicato e recensito in Italia da Ugo Ojetti.
Dopo aver conseguito due lauree, una in giurisprudenza e l’altra in scienze politiche, emigra in Francia dove, assunto da “Paris Soir”, inizia la sua grande carriera, come reporter.

Si reca in Spagna per il “Messaggero”, dove, nei suoi resoconti, si esprime, come sua natura, senza peli sulla lingua contro il regime.

Un atteggiamento non gradito al regime nostrano che ne ordina il rimpatrio, espellendolo non solo dal partito ma anche dall’albo professionale. Come contropartita, forse nell’illusione di addomesticarlo, viene mandato da Bottai a dirigere l’Istituto italiano di cultura in Estonia per un anno. Tornato in Italia, gli viene riconsegnata la tessera di giornalista, ma rifiuta di richiedere quella del Partito fascista.

E’ in questo momento storico che nella vita di Montanelli si affaccia il “Corriere della sera”.

Per circa quarant’anni lavora a questo quotidiano poi fonda nel 1974 il Giornale, del quale è stato direttore per vent’anni. Successivamente, con l’entrata in politica di Berlusconi – che nel frattempo del Giornale era diventato editore – lascia la sua creatura e fonda La Voce. Nel 1977 rimane vittima di un attentato delle Brigate Rosse.

Da acuto osservatore, fa una serie di reportages divenuti memorabili che che lo hanno innalzato al rango di “principe del giornalismo”.

E’ in Germania quando il Terzo Reich avanza verso Danzica e parla con Adolf Hitler in persona.

Poi va in Finlandia e Norvegia e le corrispondenze sul conflitto russo-finlandese lo impongono definitivamente come grande inviato.

Nel 1944 finisce in prigione a San Vittore per antifascismo e viene condannato a morte dai nazisti, ma scampa miracolosamente alla fucilazione per intervento della madre, che riesce a far intercedere per lui l’allora arcivescovo di Milano, cardinale Ildefonso Schuster. La prigionia gli suggerisce uno dei suoi libri più belli, “Il generale Della Rovere”, che tradotto in film da Roberto Rossellini riceverà il Leone d’oro a Venezia.

Uscito da S. Vittore, si rifugia in Svizzera ma, finita la guerra, torna al “Corriere della sera” come inviato e la sua carriera fu sempre in crescendo.

Il grande giornalista toscano ha giudicato negli anni l’Italia e gli italiani secondo un modello interpretativo che era stato proprio di alcuni suoi maestri come Prezzolini.

La sua mancanza all’interno della cultura italiana si nota; amante della verità, Montanelli era, oltre che “un cane sciolto” e anarchico, un personaggio incapace di aderire ai luoghi comuni. Anche se odiato da molti, i suoi articoli e la sue capacità critiche e giornalistiche sono rimasti nella storia del nostro Paese.

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