Il Capitano Ultimo si racconta agli studenti dell’istituto Gregorio

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“Ho combattuto insieme ai mie carabinieri donando la mia vita, la mia giovinezza, l’ho fatto io e lo hanno fatto tanti che nell’ombra continuano a combattere, perche hanno una fede nell’uguaglianza e nella fratellanza, fede in una legge fatta di equità. E sono qui oggi a chiedervi scusa, a chiedere il vostro perdono perché non siamo riusciti a darvi quella sicurezza che è un vostro e nostro diritto, ma so che voi lo farete meglio di me, perche voi siete i nostri figli, quelli che in tempi antichi hanno difeso l’Italia, e voi lo sapete fare come loro e mi rendo conto che siete la più alta autorità e sono fiero di aver combattuto per voi”.

Il Colonnello dei carabinieri Sergio De Caprio, noto con il nome di battaglia di “Capitano Ultimo”, si presenta così ai giovani dell’Istituto Gregorio da Catino di Poggio Mirteto con il volto dietro ad uno scalda collo con il simbolo dell’Arma dei Carabinieri ma con gli occhi scoperti. Lo sguardo del capitano, carico di umanità e coraggio, intreccia con lealtà e naturalezza il viso dei tanti studenti presenti in occasione della Giornata della Legalità, organizzata dall’Unione di Comuni della Bassa Sabina. Presenti per l’occasione, oltre al presidente dell’Unione dott. Franco Gilardi, il Vescovo Mons. Ernesto Mandara ed il dirigente dell’istituto dott.ssa Maria Rita De Santis, anche tanti amministratori del territorio.

Quasi due ore di confronto, con tante domande da parte dei ragazzi, dall’arresto di Totò Riina, il boss mafioso catturato nel 1993, sino al concetto di Stato e mafia.

“Lo stato siete voi, siamo noi, le nostre famiglie, le nostre parrocchie, lo stato sono le persone, la comunità, e nella comunità c’è di tutto, c’è il bene e il male, sta a noi scegliere dove stare, noi costruiamo l’armonia nelle nostre case, nelle piazze, nelle strade, la mafia come struttura ha subito gravissime sconfitte, sappiamo tutto di loro, e quella struttura ora conta poco. La mafia è la violenza, è l’abuso, la prevaricazione, è la disuguaglianza e la discriminazione”.

Poi De Caprio passa a ricordare il giudice Falcone con tono di voce commosso ed emozionato. “Mi ricordo il giudice Falcone, era uno di noi che ti voleva bene, che parlava come noi, era solo come noi ed aveva paura come noi. Veniva a parlare con me, un povero tenente, e noi gli davamo amicizia e rispetto. Poi l’ho rivisto morto, su un tavolo di obitorio con gli occhi chiusi ma sereni, di un grande combattente”.

Dalle parole del Capitano si percepisce un profondo sentimento di giustizia ed equità. “Il mio senso di giustizia nasce dai vostri occhi, dallo sguardo che avete, dallo sguardo delle vittime, dagli abbandonati, dai dimenticati, noi dobbiamo combattere insieme per il rispetto della vita e dell’umanità. Ci dobbiamo ribellare e donare attraverso l’impegno sociale, ognuno con il dono che Dio ci ha dato, e questa è una rivoluzione possibile”.

“Quando ero piccolo vedevo sempre quelli che volevano mettersi in mostra, e questo meccanismo l’ho visto poi anche nei carabinieri dove ero io e la cosa mi dava fastidio. È un amore che ti deve spingere a fare questo lavoro, non per mettersi in risalto per un obiettivo tuo personale. E così quando ho dovuto scegliere il mio nome di battaglia per essere invisibile alle strutture criminale, ho scelto il nome di Ultimo. Noi non siamo nessuno, siamo al servizio della comunità, ero deriso dagli altri per questo nome, ma alla fine non è il nome che ti da una dignità ma è quello che fai”.

Risponde così il Capitano al ragazzo che gli domanda il significato del suo nome. E sulle scelte che lo hanno portato ad indossare la divisa da carabiniere De Caprio replica che è stato per amore della gente, di tutte quelle persone che lo hanno fatto crescere facendogli capire cosa fosse l’altruismo, ma soprattutto è stata la volontà di impedire che a queste persone fosse fatto loro del male.

C’è anche spazio per domande sulla casa famiglia che il capitano gestisce nella periferia di Roma, dove assieme ai volontari dà assistenza ai ragazzi meno fortunati.

”Parlare di uguaglianza e fraternità non basta, bisogna anche poi che siano messe in pratica. Abbiamo deciso, insieme a tante persone, di metterci in gioco ed abbiamo pensato alle persone che non hanno la possibilità di stare in una famiglia, che sono abbandonate. Questo il messaggio che vogliamo dare, quello che abbiamo lo dobbiamo ridistribuire attraverso la solidarietà e fratellanza”.

Ed a chi gli chiede quale sia stata la scena più coraggiosa a cui abbia assistito risponde: “La scena più coraggiosa a cui io abbia assistito è quando un mendicante non avendo niente tende la mano, ha il coraggio di chiedere aiuto, e quella è la cosa più coraggiosa che ho visto”.

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