Il Milite Ignoto fra storia e poesia

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Non un comandante, non un generale, ma uno dei tanti uomini partiti in guerra e mai più tornati. Il Milite Ignoto rappresenta seicentomila italiani morti durante i combattimenti, ma è anche simbolo di pace e fratellanza universale, espressione del sentimento di rinascimento e gratitudine della collettività cittadina verso coloro che hanno perso la vita lottando per la libertà e la democrazia nei conflitti armati del Novecento.

L’Italia fu la prima nazione a istituire a livello ufficiale una giornata per commemorare la fine della Grande Guerra, il 4 novembre, per ricordare l’entrata in vigore dell’armistizio e sottolineare come la resa della Germania era diventata inevitabile proprio grazie all’accordo siglato a Villa Giusti.

Dopo la 1ª Guerra Mondiale, le Nazioni che vi avevano partecipato vollero onorare i sacrifici e gli eroismi delle collettività nella salma di un anonimo combattente caduto con le armi in pugno.

L’idea di onorare un caduto senza identità e quanti non avevano trovato nemmeno la consolazione di una tomba come simbolo di tutti i soldati morti nel conflitto non era nuova. In Italia la proposta di glorificare la salma del caduto senza nome viene sostenuta e resa pubblica il 24 agosto 1920 dal colonnello Giulio Douhet, sulle colonne del periodico del movimento, Il Dovere, da lui diretto. Del rito civico e del Pantheon, già negato in precedenza alla salma di Giuseppe Garibaldi, da lui ipotizzati, non resterà traccia. Fu necessario attendere l’11 agosto 1921 per il relativo disegno di legge che fu presentato alla Camera nel 1921.

Approvata la legge, il Ministero della guerra incaricò una commissione che esplorò attentamente tutti i luoghi nei quali si era combattuto, dal Carso agli Altipiani, dalle foci del Piave al Montello;  l’opera fu condotta in modo che fra gli umani resti raccolti ve ne potessero anche essere di reparti di sbarco della Marina.

Fu scelta una salma per ognuna delle seguenti zone: Rovereto, Dolomiti, Altipiani, Grappa, Montello, Basso Piave, Cadore, Gorizia, Basso Isonzo, San Michele, tratto da Castagnevizza al mare.

Le undici salme, una sola delle quali sarebbe stata tumulata a Roma al Vittoriano, ebbero ricovero, in un primo tempo, a Gorizia, da dove furono poi trasportate nella Basilica di Aquileia il 28 ottobre 1921. Qui si procedette alla scelta della salma destinata a rappresentare il sacrificio di seicentomila italiani.

La scelta fu fatta da una popolana, Maria Bergamas di Gradisca d’Isonzo, il cui figlio Antonio si era arruolato nelle file italiane sotto falso nome essendo suddito austro-ungarico, caduto in combattimento nel 1916. La salma dell’Ufficiale fu recuperata al termine del combattimento e tumulata. Il S.Ten. Antonio Bergamas fu ufficialmente dichiarato disperso quando un violento tiro di artiglieria sconvolse l’area ove era stato sepolto e, conseguentemente, non potendosi più riconoscere la la sepoltura, l’Ufficiale fu giuridicamente dichiarato disperso. La bara prescelta fu collocata sull’affusto di un cannone e, accompagnata da reduci decorati al valore e più volte feriti, fu deposta in un carro ferroviario.

Le altre dieci salme rimaste ad Aquileia furono tumulate nel cimitero di guerra che circonda il tempio romano.

Il viaggio si compì sulla linea Aquileia-Venezia-Bologna-Firenze-Roma a velocità moderatissima in modo che presso ciascuna stazione la popolazione ebbe modo di onorare il caduto simbolo.

La cerimonia ebbe il suo epilogo a Roma. Tutte le rappresentanze dei combattenti, delle vedove e delle madri dei caduti, con il Re in testa, e le bandiere di tutti i reggimenti mossero incontro al Milite Ignoto, che da un gruppo di decorati di medaglia d’oro fu portato a S. Maria degli Angeli.

Il 4 novembre 1921 il Milite Ignoto veniva tumulato nel sacello posto sull’Altare della Patria.

Al Milite Ignoto fu concessa la medaglia d’oro con questa motivazione:

“Degno figlio di una stirpe prode e di una millenaria civiltà, resistette inflessibile nelle trincee più contese, prodigò il suo coraggio nelle più cruente battaglie e cadde combattendo senz’altro premio sperare che la vittoria e la grandezza della patria.”
C’è una bella poesia dedicata al Milite Ignoto.

Non sappiamo il tuo volto, o Sconosciuto,
non il tuo nome rude di soldato,
è ignoto il luogo che santificato
fu dal tuo sangue quando sei caduto;
ma il tuo viso fu bello e fu divino:
forse un imberbe viso giovinetto…
Lo veggo all’ombra fosca dell’elmetto
sorridere con occhi di bambino.
Fu nostro sangue il sangue tuo vermiglio.
Sei senza nome, ed ogni madre, ignara,
inginocchiata presso la tua bara
singhiozza un nome, il nome di suo figlio;
il nome inciso in tutti i monumenti
e che risuona in tutte le fanfare…
Hai la tua casa in ogni casolare,
ed appartieni a tutti i reggimenti.
Sente ogni madre il suono della voce
nota al suo cuore, eppure tu sei muto..;
e là, sul campo dove sei caduto,
tutte le croci sono la tua croce.
Da quelle tombe un mònito e un saluto
con severo silenzio tu ci porti:
son tutti i cuori dei fratelli morti
chiusi nel cuore tuo, o Sconosciuto!

P.Ruocco

Fu un altro poeta,  Gabriele D’Annunzio, a dare il nome di “Milite Ignoto” alla salma del soldato senza nome che avrebbe ricordato nel tempo i sacrifici e gli eroismi della Grande Guerra.
Il soldato rappresenta idealmente tutti coloro che non fecero ritorno a casa. Tutte le famiglie italiane, in qualche modo, erano coinvolte: chi per aver perso un figlio, un marito, un padre, chi per aver lavorato nelle fabbriche o nei campi. 

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