Carlo Serafini su Radio3 in “La lingua batte. Il giornalista come scrittore”

L'occasione è stata utile per affrontare il tema del rapporto tra letteratura e giornalismo. Protagonista il docente dell'Università della Tuscia

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Il programma “che esplora il paesaggio della lingua italiana”: la Lingua Batte; l’ospite speciale è stato Carlo Serafini, critico, giornalista e professore universitario anche presso l’Università della Tuscia (oltre che a La Sapienza). L’appuntamento era programmato per le 10:45 su Radio3, ma è possibile ancora ascoltarlo su Rai Play.

La puntata si è soffermata sul rapporto tra letteratura e giornalismo, lettere e comunicazione. La domanda iniziale è stata diretta: “Dov’è che si incontrano?” e la risposta dell’esperto non si è fatta attendere: “Innanzitutto nelle motivazioni economiche, ma soprattutto nel fatto che lo scrittore sa leggere all’interno delle cose. Cosa ha in più lo scrittore? Prende i frammenti della realtà e li riunisce (per esempio) in un romanzo, portandoli in unità. Nel momento in cui gli si dà una storia allora lo scrittore fa il processo inverso: parte dall’unità e restituisce i frammenti come a offrire un poliprospettivismo di vedute.”

Riguardo il passato, in riferimento agli ultimi due secoli, viene chiesto al docente di presentare degli esempi positivi: “Di nomi ce ne potrebbero essere tanti. Buzzati e la sua cronaca nera, perfetta sintesi tra letteratura e giornalismo; Pasolini e l’articolo sull’aborto, straordinariamente costruito in modo che chiunque venga tirato in causa non possa non rispondergli, e non serve per forza essere d’accordo con lui sul tema per riconoscerlo, io per esempio non lo sono; Sciascia.”

Quanto gli scrittori erano disponibili a farsi modellare dal metodo di scrittura giornalistico? La spiegazione: “Le testate appartengono a qualcuno, ci sono determinate logiche di potere, e lo scrittore sa dove si trova. Dipende anche dal direttore: alcuni sono molto intelligenti e lasciano una libertà a chi scrive che poi tornerà utile al giornale stesso”. Ci tiene a evidenziare inoltre il fatto che spesso (come una “costante”) un giornalista non lavori per una sola testata, e si conceda dunque la possibilità di lavorare su più fronti e in modi differenziati. Poi su Dario Fo, sul quale Serafini in primis ha scritto un saggio: “Il Nobel, polemizzato, è stato dato al potere che la letteratura di Dario Fo ha di riscattare gli oppressi, e questo il direttore di un giornale dovrebbe saperlo senza cercare di modificarlo troppo, perché potrebbe essere proprio lì la forza della testata”. Momento opportuno per ricordare quanto la letteratura abbia il potere di cambiare il modo di guardare il mondo, attraverso la denuncia.

Crisi dei giornali e cambiamenti, il Prof. Serafini conclude così: “La voce della critica è attiva e funziona bene, purtroppo però c’è una forma di rassegnazione, data dall’abitudine allo scandalo. La parola critica c’è, però c’è anche una rassegnazione nel fatto che il potere effettivo della cultura di modificare lo stato di cose sia limitato.”

Potete trovare l’opera che tratta l’argomento sul libro del docente stesso intitolato “Parola di scrittore. Altri studi su letteratura e giornalismo”, edito da Bulzoni Editore.

 

 

 

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