“Il traditore”, il regista Bellocchio e uno straordinario Favino raccontano la mafia siciliana degli anni ’80

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il traditore marco bellocchio

A tre anni di distanza dal suo ultimo film “Fai bei sogni”, tratto dall’omonimo romanzo di Massimo Gramellini, Marco Bellocchio torna alla regia con un film che prima si merita a pieno titolo la candidatura al Festival del cinema di Cannes eppoi colleziona ben sette Nastri d’Argento: “Il traditore”.

La storia è ambientata nella Sicilia degli anni 80 dove i Corleonesi di Totò Riina sono intenti a sterminare le famiglie mafiose della “vecchia” Cosa Nostra per accaparrarsi l’intero mercato della droga.

Tommaso Buscetta, che di Cosa Nostra è un boss riconosciuto, viene catturato nella sua casa in Brasile, paese nel quale vive da anni con una parte della sua famiglia, e subito estradato in Italia dove trova ad attenderlo il giudice Giovanni Falcone. Buscetta, diventerà, com’è noto, collaboratore di giustizia e con le sue dichiarazioni permetterà non solo una ricostruzione dell’organizzazione e della struttura mafiosa siciliana ma anche, e soprattutto, la cattura e la condanna di moltissimi capi e affiliati con il conseguente smantellamento dei vari clan.

Il film inizia con una sequenza, diretta e narrata in maniera magistrale, che è come una dichiarazione di intenti da parte di Bellocchio: durante la festa di Santa Rosalia a Palermo, le famiglie mafiose si incontrano per festeggiare l’avvenuto accordo sul traffico di droga. A colpire lo spettatore è la dimensione teatrale del rituale mafioso che Bellocchio rappresenta con precisione ed enfatizza con abilità e che si sublima nella battuta che uno dei criminali recita rispondendo ai dubbi manifestati da Buscetta a proposito patto appena siglato: “E’ tutto teatro”.

E’ proprio in questa battuta che si manifesta quella che Roy Menarini ha definito la prima anima del film, ovvero quella della “performance”.

Per tutto il corso de “Il traditore”, infatti, i personaggi recitano continuamente una parte, sia all’interno della loro famiglia, sia nel contesto dell’organizzazione criminale, sia nei luoghi pubblici della società civile dove, a maggior ragione, ostentano il proprio ruolo e la propria identità mafiosa.

Il tribunale -in tutte le sue forme, che sia un bunker o un’aula aperta al pubblico- è il territorio prediletto delle loro performance, il luogo in cui è ambientato più di un terzo del film e dove si consumano i confronti tra “il traditore” Buscetta e i vari boss. E’ una vera e propria arena che, scenograficamente e fotograficamente, ci rimanda al teatro greco ed in cui i “faccia a faccia” assumono toni volutamente enfatici che il regista sa padroneggiare con maestria.
La seconda anima del film è più squisitamente cinematografica. Come Bellocchio stesso ha dichiarato “Il traditore” era stato inizialmente pensato come una mini-serie televisiva e soltanto successivamente trasformato in un singolo film. La grande quantità di materiale girato secondo le iniziali intenzioni ha perciò non soltanto obbligato il regista ad una severa scelta per raggiungere le due ore e mezza nelle quali la vicenda si dipana al cinema ma si è riverberata anche sullo stile che spesso alterna piani stretti e inquadrature grandangolari secondo un canone prettamente televisivo che solo l’abilità del regista ha impedito di rendere troppo identificabile.

L’aspetto che tuttavia emerge con straordinaria evidenza all’attenzione anche del pubblico meno avveduto è la qualità assoluta e indiscussa del cast principale.

Pierfrancesco Favino nel ruolo di Buscetta è semplicemente grandioso, tanto da essere stato osannato dalla critica di tutto il mondo dopo la prima proiezione pubblica del film al Festival di Cannes. Nonostante interpreti un personaggio realmente esistito e particolarmente caratteristico e controverso come “il boss dei due mondi”, Favino riesce sempre s sfuggire il rischio di renderlo una caricatura e lo propone perfettamente nella sua intelligenza ed umanità, toccando apici di bravura che, non solo giustificano il Nastro d’Argento che gli è stato assegnato come migliore attore protagonista, ma lo annoverano come uno dei più grandi attori della sua generazione.

Se assolutamente meritevole è poi l’interpretazione Fausto Russo Alesi che si cala con rigore e misura nei panni di Giovanni Falcone, Fabrizio Ferracane e Luigi Lo Cascio tratteggiano rispettivamente Pippo Calò e Salvatore Contorno con un talento ed una sensibilità di cui sono perfetta testimonianza i Nastri d’Argento conseguiti come miglior attori non protagonisti

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