Immigrati irregolari: anche in Tuscia il rischio “caporalato”

"Il caporalato in agricoltura, nella Tuscia, rischia di diventare un’emergenza". A dichiararlo Luca Di Sciullo, presidente del Centro studi e ricerche Idos.

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“Anche nella Tuscia, in agricoltura, il caporalato rischia di diventare un’altra emergenza, nonostante l’introduzione – tre anni fa – della legge 199, che ha imposto maggiori e più severi obblighi ai datori di lavoro”. A dichiararlo a “La Mia Città News” è Luca Di Sciullo, presidente del Centro studi e ricerche Idos (“Immigrazione dossier statistico”).

L’occasione è stata la presentazione del dossier realizzato per il 2018. Nel viterbese sono oltre 31.000 i residenti stranieri, di cui 14.300 non comunitari. 1500 i richiedenti asilo, dei quali oltre 200 hanno ottenuto un permesso per protezione umanitaria e sono a “rischio irregolarità” in base alla normativa attualmente in vigore.

Nella Tuscia quello agricolo è storicamente uno dei settori trainanti dell’economia. “E’ vero che a Viterbo questi fenomeni non sono mai emersi – spiega Di Sciullo – però alcune testimonianze raccontano di sfruttamento e lavoro nero dei braccianti stranieri nel nostro territorio e la situazione si presenta preoccupante quanto in altre aree del paese”.

Esiste un profilo del lavoro sotto caporale, secondo il quarto rapporto dell’osservatorio “Agromafie e Caporalato”: l’orario medio va dalle 8 alle 12 ore al giorno; la paga varia tra i 20 e i 30 euro al giorno; le donne percepiscono un salario medio inferiore del 20% rispetto agli uomini. In base alle stime effettuate, circa 30 mila aziende sul territorio nazionale ricorrono all’intermediazione del caporale e il 25% del totale sono imprese agricole.

“Accanto al discorso sul caporalato, tra i migranti irregolari c’è da notare che molti si dedicano all’assistenza degli anziani. Parecchie delle badanti, quasi tutte straniere – prosegue il presidente Idos – lavorano in nero, senza garanzie contrattuali, impossibilitate a ricongiungersi con la famiglia rimasta in patria. Per loro, oltre a quello nero, c’è anche tanto lavoro “grigio”: contratti sì regolari e un’assicurazione minimale, ma richieste quotidiane di prestazioni che vanno al di là di quanto previsto dagli accordi sindacali”.

Una situazione complessiva, dunque, che – ad avviso di Di Sciullo – rappresenterebbe “una possibile bomba sociale pronta a esplodere”. Nei suoi confronti è fondamentale il controllo costante da parte delle istituzioni in sinergia con le associazioni. La lotta al lavoro irregolare e allo sfruttamento è il modo per scongiurare la minaccia che una risorsa per la crescita e per l’occupazione possa trasformarsi in un rischio.

 

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