In ricordo del grande Califfo, 7 anni dalla morte di Franco Califano

Le sue canzoni e i testi da lui scritti sono rimasti nella storia della musica

406

20 milioni di dischi venduti, 32 album pubblicati, una “vita spericolata”, affascinante, coinvolgente. Tutto il resto è noia! Sette anni fa, il 30 marzo 2013, ci lasciava uno dei più grandi cantanti e poeti della musica italiana, Franco Califano, istrione e guascone, principe e artista insieme, sprezzante e brillante, clochard e borghese nell’anima, angelo e demone, un genio: il Califfo.

Lusso, donne bellissime, serate sfrenate, fra bollicine di champagne e feste proibite, Califano ebbe anche problemi con la giustizia. Persino i detenuti più temuti, quando finì in carcere, lo chiamavano “Maestro” e lo trattavano con immenso rispetto.

Tuttavia, sebbene la sua condotta morale non sia approvata da molti, le sue canzoni e i testi da lui scritti sono rimasti nella storia della musica.

Molti viterbesi ricordano quando venne a Viterbo, alla discoteca di via Cattaneo, il Vitty Club, nel 2007. Socievole con tutti, con la sua voce roca, l’accento romanesco e il suo modo di fare da “poeta maledetto”, conquistò i presenti.

Califano in concerto a Roma nel 2011

Avvinghiato ai piaceri del lusso e alle tentazioni più sfrenate, alla vita dissoluta e brillante, a volte però disse di sentirsi estremamente solo e dimostrò la sua bontà d’animo e la sua sensibilità, nonostante l’apparente immagine di sregolatezza che dava di sé.

La notizia della sua morte, nel 2013, lasciò un vuoto. “Ora senza di te tutto il resto è noia. Grazie Franco”.
Questo lo striscione che accolse, insieme a centinaia di persone, la salma di Franco Califano all’ingresso della chiesa degli Artisti in Piazza del Popolo, dove celebrarono i funerali.

Sulla bara, una maglia dell’Inter.
Il cantautore romano era stato vestito come fosse un giorno qualunque, come se da un momento all’altro potesse tornare a cantare ancora le sue poesie in romanesco. Aveva braccialetti, collana e camicia aperta sul petto. Tra le mani, un rosario rosso e un’immagine di Ratzinger. Accanto a lui, due rose, una rossa e una rosa.
Fu sepolto ad Ardea, vicino al fratello.

Sulla lapide del maestro fu scritto ‘Non escludo il ritorno’, titolo della canzone scritta a quattro mani con Federico Zampaglione, voce dei Tiromancino.

Anche noi, oggi, a 7 anni dalla sua scomparsa, siamo a ricordare il grande artista, anche perchè le sue canzoni sono sempre con noi, anche quelle che compose per artisti come Mia Martini “La nevicata del ’56” e “Il guerriero”; Ornella Vanoni “La musica è finita”, “Una ragione di più”, “Quando arrivi tu”, “Sto con lui” ; Mina “Amanti di valore”; “Un grande amore e niente più” Peppino Di capri ; Bruno Martino “E la chiamano estate”; Edoardo Vianello e Wilma Goich “Semo gente de borgata”, e “Da molto lontano”; Caterina Caselli e “Le ali della gioventù”, e tantissime altre.

Continuano ad andare a cento all’ora le sue canzoni.
…E non escludiamo il ritorno!

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui