In un periodo in cui la libertà di espressione e, soprattutto, quella di pensiero sono più che mai a rischio, è bene omaggiare chi per la libertà sacrificò la propria vita

Intitolare una via a Jan Palach per ricordarci che non siamo (ancora) in Unione Sovietica

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Stamattina i ragazzi di Gioventù Nazionale ed Azione Studentesca hanno diramato un comunicato stampa in cui avanzavano la proposta di intitolare una via a Jan Palach. Una scelta che, anziché essere liquidata come una mera provocazione come fatto dai soliti talebani post-comunisti, dovrebbe essere presa seriamente in considerazione dal sindaco di Viterbo Giovanni Arena e dalla sua Giunta di centrodestra. Soprattutto in un momento come questo, in cui la libertà di espressione e quella di pensiero sono soggette ad orrende e squallide limitazioni sia nei social che nella vita reale.

Jan Palach, per coloro i quali non lo conoscessero, è il simbolo della cosiddetta “Primavera di Praga”, ovvero la stagione in cui scoppiarono le rivolte contro l’opprimente regime Sovietico che occupò la Cecoslovacchia per più di 20 anni. Palach era uno studente di Filosofia all’Università Carlo IV di Praga e, dopo che il regime comunista sovietico represse con la violenza le proteste dei ribelli, decise di manifestare, insieme ad altri 5 suoi amici, il proprio dissenso con una scelta estrema: il suicidio.

Dei cinque dissidenti, mosso da grande coraggio, fu Jan Palach a decidere di immolare per primo la propria vita. Il 16 gennaio di 52 anni fa il giovane cecoslovacco andò nel cuore di Praga, a piazza San Venceslao, proprio di fronte al Museo Nazionale, cosparse il proprio corpo di benzina, prese un accendino e si diede fuoco. Giunse a soccorrerlo un tranviere, che con un cappotto spense le fiamme.

Dal 20 gennaio al 4 aprile furono altri tre a seguire il destino di Jan Palach: Josef Hlavaty, Jan Zajìc e Ezven Plocek.

Palach morì il 19 gennaio del 1969 alle 15:30 in ospedale, dopo tre giorni di agonia. A Jaroslava Moserovà, il chirurgo che tentò fino all’ultimo di strapparlo alla morte, il giovane disse: “So di stare per morire, voglio che la gente capisca il motivo del mio gesto: scuotere le coscienze e mettere fine alla loro arrendevolezza verso un regime insopportabile“.

Il fuoco che in pochi attimi inghiottì il corpo di Jan Palach è il fuoco sacro della libertà, quella libertà che oggi, tra politicamente corretto, censure considerate “corrette” ed altre amenità del genere, è seriamente a rischio. Il suo coraggioso sacrificio, volto a sfidare un regime crudele come quello comunista, in un momento tremendo come questo, non deve essere dimenticato.

I ragazzi di Gioventù Nazionale ed Azione Studentesca hanno ragione: onorare la memoria di quel giovane, che oggi avrebbe 72 anni e probabilmente avrebbe avuto una brillante carriera come professore di filosofia, è un gesto che va oltre la cultura ideologica in quanto i sacrifici compiuti da lui e dagli altri ragazzi e uomini che decisero di seguirlo vanno oltre l’ideologia.

Quello di intitolare una via a Jan Palch è un gesto che il sindaco Arena e la sua Giunta dovrebbero prendere in considerazione per ricordare a tutti i cittadini viterbesi che la libertà viene prima di tutto e che, malgrado qualcuno lo desideri, non viviamo ancora in Unione Sovietica. Il sindaco di Sutri Vittorio Sgarbi, in questo senso, ha già tracciato una strada intitolando a Jan Palach una piazza del borgo. Speriamo che nella Tuscia non rimanga il solo.

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