Isola Bisentina: scrigno magico, la piccola Terrasanta sul lago di Bolsena

Quest'anno, nelle giornate FAI di Primavera, mancherà purtroppo la tradizionale visita all'Isola Bisentina.

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Quest’anno, nelle giornate FAI di Primavera, mancherà purtroppo la tradizionale visita all’Isola Bisentina. Nel 2018, invece, il suggestivo scrigno incastonato nelle acque del lago di Bolsena si dischiuse regolarmente per la soddisfazione di tanti turisti dal palato fine. E noi, che c’ eravamo, vogliamo ricordare quelle belle ore trascorse là.

Dapprima, non ce ne vogliano gli stresiani (abitanti di Stresa-Lago Maggiore) se paragoniamo – e mettiamo in lizza – per bellezza e storia la loro Isola Bella, perla delle Borromee del Verbano, con l’Isola Bisentina sul lago di Bolsena. Non è sciovinismo patriottico alto-laziale, ma verità: l’ isoletta è quanto mai intrigante per le sue vicende legate all’effimero Ducato di Castro, ma non solo.

Entrambe le citate isole lacustri vantano sul loro territorio tesori artistici immensi, ma l’ Isola vulsinea – una delle due credute “mobili” da Seneca e Plinio, chiamata Bisentina perché vicina alla “punta” di Bisenzio (nel lato nord-ovest del lago, sulla sommità, è stato recentemente rinvenuto un villaggio dell’età del bronzo, X sec.avanti Cristo) – ha un fascino particolare perchè valorizzata sin dal quinto secolo dalla Famiglia Farnese, in particolare da Ranuccio, capostipite della celebre famiglia che ha dato nei secoli papi, cardinali e re.

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In particolare Papa Paolo III° Farnese, che alloggiava nella Rocca di Capodimonte, amava soggiornarvi non solo perché era la “terra” dei suoi antenati, ma perché trovarsi lì – in quella suggestiva tranquillità –  gli consentiva meditazioni e riflessioni filosofiche.

Paolo III°, pur essendo un uomo  politico di importanza internazionale, era pur sempre un ecclesiastico e perciò volle conformare la toponomastica dell’ Isola a quella della Terra Santa, nella quale mai si era potuto recare.

Ecco, dunque, la Bisentina diventare “isola della fede”. Un’ altura si chiama Monte Tabor; una grotta la Natività, un’altra – su un alto sperone roccioso – la Grotta della Trasfigurazione di Cristo; il simpatico tavolo intagliato nella roccia l’Ultima cena e poi un’altra altura il Calvario ed un’altra ancora Monte Oliveto. Se non bastasse,  per conferire sacralità all’ isola prescelta vennero erette sette cappelle su progetto di Antonio di Sangallo, sparse per i 17 ettari di territorio come luoghi di preghiera e devozione. Ne scaturì la “Visita delle 7chiese”, che – per concessione di Paolo III° – concede indulgenze

E quindi, ancora, ecco il tempietto di Santa Caterina (detta oggi la Rocchina), l’oratorio di monte Calvario, di San Gregorio, di Monte Oliveto, S.Francesco, santa Concordia e San Pio 1° papa (detto anche oratorio della Trasfigurazione, con affreschi). La Chiesa principale, disegnata dalla scuola del Vignola a pianta croce greca con vistosa cupola,  venne dedicata ai Santi Giacomo e Cristoforo e faceva parte del Convento dei Francescani  circondato da uno splendido giardino all’italiana.

Questa Chiesa, progettata per servire come Mausoleo dinastico della famiglia Farnese, contiene la sepoltura del Capostipite Ranuccio (XV° sec.).

E, sempre in ragione del carattere religioso del luogo, non mancò nemmeno l’ edificazione di un carcere, una “Malta”, cioè un cunicolo sotterraneo dove venivano portati a morire di stenti gli eretici. Ricordiamo che “famigerato” era il carcere della Malta di Viterbo citato da Dante (Canto IX Paradiso).

Questa è l’ assoluta particolarità dell’Isola. Essere una miniatura della Terra Santa oltre che Mausoleo della grande famiglia Farnese, il cui sangue scorre ancora oggi nelle vene di molti regnanti europei.

Oggi l’Isola, recentemente acquisita dalla famiglia milanese dei Rovati, sta di giorno in giorno ritrovando l’antico splendore dei tempi del Rinascimento. Restauro di tutti gli elementi (dalla chiesa madre a tutti gli oratori), e dell’ ex-convento, per non parlare dei giardini a suo tempo impiantati oltre cento anni fa dalla prof.ssa Beatrice Potenziani. Un vero orto botanico tutt’ ora in essere, anche se nel tempo un po’ ammalorato per la scarsa attenzione dedicatagli dalla famiglia Del Drago, ultimi titolari dell’isola prima dei subentrati Rovati. L’intenzione di Lucio e Luca Rovati, eredi del Cavaliere del lavoro Luigi Rovati – medico, ricercatore e imprenditore nella farmaceutica cui è stata intitolata la Fondazione Rovati (nella sede di Milano esiste un  museo etrusco) – è di rendere l’isola Bisentina un’ oasi naturalistica, un centro studi e un polo culturale polivalente. Un’ isola ideale, un’ aspirazione o forse un sogno.

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I lavori sono a buon punto. A presto sarà possibile una riapertura controllata del pubblico.

Per adesso si può godere l’Isola solo dall’esterno, via lago.

Quando al tramonto  – d’estate – cessa il frastuono dei “motonautogitanti”, che qui ormeggiano le loro imbarcazioni, la Cala (detta Bagno della Duchessa, lato nordovest) riserva momenti magici. Un’ autentica isola del tesoro quando gli ultimi raggi del sole che tramonta dietro Bisenzio tingono d’ oro il leone scolpito sulla roccia di un faraglione a Punta Zingara.

Se non volete prendere a nolo un motoscafo presso gli stabilimenti balneari di Capodimonte, un servizio turistico di traghetto con moderni battelli vi condurrà attorno alla Bisentina da Bolsena o Capodimonte, con a bordo esperte guide che vi narrerrano delle secolari vicende delle Isole vulsinee.

Se il FAI, quest’anno, non vi porterà fisicamente all’Isola Bisentina, con queste mie piccole note ho almeno tentato di portarvici virtualmente. Spero di esserci riuscito.

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