La cultura del Bello: dal Caffè Schenardi di Viterbo al Caffè Greco a Roma

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C’era una volta, a Viterbo, il Gran Caffè Schenardi, che ormai da tempo è tristemente chiuso.

Un caffè che vanta una storia illustre di Bellezza e qualità.

Nell’anno 1818, il caffettiere e cuoco Raffaele Schenardi da Napoli si trasferisce a Viterbo.

L’ubicazione della sede del Caffè Schenardi è un palazzetto medievale in contrada S. Stefano di proprietà di Ser Girolamo di Carbognano.

Nel 1855, il caffè fu rinnovato dai proprietari Vincenzo e Crispino Schenardi, su disegno dell’architetto Virginio Vespignani che concepì il caffè come luogo d’incontro.

Il progetto del Vespignani proponeva la creazione di una galleria con otto colonne sceniche, create apposta per dare l’atmosfera giusta nell’incontro delle persone, dove la piazza rappresentava da sempre il luogo d’incontro di tutta la città.

Un elemento portante del Caffè era la quantità di luce che c’era creata dai suoi trenta punti luce della galleria.

Parliamo dell’anno 1855, con l’innovativo passaggio dall’illuminazione a petrolio a quella a gas, una luce oltremodo aumentata dalla presenza di nove grandi specchiere francesi e dalle tante dorature degli stucchi, confermandolo sicuramente il luogo più illuminato della città di Viterbo.

Bellissime le statue di gesso, situate nelle nicchie della galleria.

Tali figure rappresentavano qualcosa di profondo nel contesto architettonico dello spazio ed un completamento alla funzione della galleria.

Le quattro statue rappresentavano le stagioni, ispirate dalle quattro stagioni presenti nella trasformazione neoclassica di Piazza del Popolo a Roma, ad opera di Giuseppe Valadier, che ne progettò la salita al Pincio e l’inserimento di due emicicli terminanti con le sculture delle Quattro Stagioni.

Le restanti cinque statue originali, di cui quattro femminili raffiguranti danzatrici e suonatrici di cembali, ed una soltanto maschile che raffigurava un contadino con vanga ed aratro. Tutto presupponeva la scena di un rito.

Tra i personaggi che conobbero il Caffè Schenardi, furono :

Papa Gregorio XVI nei giorni 3 / 4 / 5, ottobre 1841,
Giuseppe Garibaldi l’8 maggio 1876,
nello stesso anno lo scultore Pio Fedi,
Guglielmo Marconi,
Vittorio Emanuele di Savoia conte di Torino, ospite del comune in un banchetto a Palazzo dei Priori il 2 settembre 1901,
il compositore Umberto Giordano,
il duce Benito Mussolini il 27 maggio 1938,
in tempi più vicini a noi,
il regista attore Orson Welles che a Viterbo ha girato il film Otello,
Christian Jacques,
Carol Martine,
lo scrittore Orio Vergani,
lo scrittore Bonaventura Tecchi,
Gustavo  VI  Adolfo re di Svezia con le principesse Cristina e Margaretha,
Alberto Sordi e Federico Fellini,
e tanti altri tra scienziati ed accademici.

Un altro importante caffè storico è nella capitale: il Caffè Greco, in via Condotti, elegante salotto della Roma bene. Il Caffè Greco è aperto e spesso è ancora teatro di importanti eventi.

Andate all’Antico Caffé Greco per gratificarvi del piacere di un rigenerante caffè? Sbagliato; al Caffè Greco ci si va per specchiarsi. Questo perché il Caffé Greco è in realtà una galleria a cielo (antropologico) aperto e già all’ingresso ti accorgi che la Storia è passata di lì. Al tempo dei bar da bancone al Caffè Greco è difficile stabilire chi, tra sapore e visione, implica di più. Benedetto Croce ha chiarito che la storia è un’errata percezione prodotta dalla nostra psicologia e che la storia è in realtà “sempre contemporanea” e guardare la storia è come guardare se stessi oggi.

Un’icastica ratifica del paradigma crociano è venuta nella serata di giovedì 15 ottobre con la sfilata degli abiti di Gai Mattiolo nei saloni del Caffé. E’ opportuno chiarire subito che il termine sfilata è alquanto improprio trattandosi in realtà di una vera esposizione di opere con l’unica differenza della posizione relativa: lo spettatore fermo seduto al tavolo mentre la dinamica del movimento è consegnata alle opere. Un’inversione necessaria se si vuole comprendere l’intima natura plastica delle creazioni di Mattiolo e l’abilità interpretativa delle modelle.

Come in tutti gli itinerari di scoperta il viaggio riesce meglio se c’é una guida intelligente; la “Beatrice” della serata è stata la bella Barbara Castellani cui è stato affidato il compito di scrivere la partitura dell’evento e di esaltare le interazioni fra gli ospiti, le opere e i gestori della pinacoteca del Greco.
Le opere di Gai Mattiolo meritano un’avvertenza particolare: la visione d’insieme impedisce talvolta di apprezzarne i codici più intimi e segreti. Gli abiti presentati al Caffé Greco stabiliscono come una sintassi estetica tra gli stili gotico e neoclassico, tra l’elegante verticalità esaltata dalla liquida fluidità delle modelle e gli intensi temi geometrici, più implicati che applicati ai tessuti.
In sostanza quello che in filosofia si definisce talvolta “principio ologrammatico”, ossia la densa linea di continuità tra il tutto e la parte.
L’immersione sensoriale dell’evento è stata portata a compimento dalle performance musicali del pianista Alberto Galletti e della mezzosoprano Paola Roncolato.

La serata ha potuto godere di un secondo baricentro d’interesse: tra gli ospiti l’attrice Demetra Hampton, Ilian Rachov, Antonella Salvucci, Eleonora Pieroni, l’attore Paolo Calissano. Tra il pubblico il discreto brillamento dell’attrice Mita Medici: una temperata overdose di bellezza, eleganza e intelligenza.

Il trucco e le acconciature delle modelle, muse di fascino, e di Barbara Castellani sono stati curati da un Maestro di classe e Bellezza, Michele Spanò, per una serata dal sapore felliniano di Dolce Vita.

Sarebbe bello che anche il Gran Caffè Schenardi tornasse a rivivere e a risplendere di luce e Bellezza.

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