La discesa di Carlo D’Angiò che strappò il “Regno di Sicilia” a Manfredi, il principe “biondo e di gentil aspetto”

"La nostra meravigliosa storia, puntata IX": Clemente IV assapora le comodità del nuovo Palazzo Papale di Viterbo. Carlo d’Angiò sconfigge Manfredi e diventa Re di Sicilia

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sagginiNel 1266 Clemente IV inaugura il nuovo Palazzo Papale

Dopo Urbano IV, ecco che nelle pagine dorate della storia della Chiesa, si affaccia ancora un Papa francese. E’ Guido Le Gros Foulquois, eletto a Perugia il 5/02/1265, che prenderà il nome di Clemente IV. Sarà proprio lui nel 1266, ad inaugurare la residenza del nuovo Palazzo Papale di Viterbo, che ospiterà numerosi papi. E’ questa un’opera che si deve all’indimenticabile Capitano del Popolo Raniero Gatti il Vecchio, che restaurò, ampliò e rese confortevole il palazzo dell’Episcopio, applicando ogni possibile innovazione e comodità, per ricevere degnamente i papi, e per convincerli che a Viterbo si stava meglio che a Roma.

 

            Dopo la depressione la carriera religiosa

Guido Le Gros Foulquois, prima di intraprendere la carriera religiosa, era stato un giureconsulto di grande successo, e consigliere del Re di Francia Luigi. Poi, dopo la morte della moglie, dalla quale aveva avuto due figlie, era stato preso da una profonda depressione, dalla quale si era risollevato, grazie all’ordinazione a chierico. In breve, date le sue doti di maturità e d’intelligenza, divenne Vescovo di Puy, poi Arcivescovo di Narbona e Cardinale di Santa Sabina. Fu un Papa umile, retto, sapiente e, nonostante le mode del tempo, per niente nepotista.

 

            La famosa lettera indirizzata al nipote

Nei testi della storia del papato è spesso citata la lettera che il Pontefice scrisse al nipote Pietro, cinque giorni dopo la sua incoronazione, nella quale invita il nipote a visitarlo solo su appuntamento e lo scoraggia dal dare in sposa la sorella ad un uomo di rango elevato, perché così non riceverà alcun dono. Se invece sarà data in moglie al figlio di “un semplice nobile”, riceverà una dote di trecento monete d’argento.

E’ una lettera che, visti i tempi che stiamo vivendo con tanti politici che fanno a gara a chi sfrutta meglio la situazione, e usano le raccomandazioni come lo strumento principe per ottenere voti, ci piacerebbe che fosse letta da tutti quelli che sono in politica, o vorrebbero entrarvi.

 

            Carlo d’Angiò chiede soldi, sempre di più

Clemente IV sovvenzionò la spedizione di Carlo d’Angiò per la conquista del Regno di Sicilia, con molti mezzi finanziari, che però per il condottiero transalpino non bastavano mai. Siccome le richieste di Carlo erano esorbitanti oltre ogni decenza, a un certo punto il Papa dovette ammonirlo, affermando che il Pontefice “… non avrebbe potuto raccoglierne ancora senza offendere Iddio e gli uomini”.

Comunque alla fine Carlo d’Angiò riuscì a raccogliere tremila uomini, tra i quali molti avventurieri, e si mise in marcia verso l’Italia. Varcate le Alpi trovò facile la strada verso Roma, favorito dall’ignavia e dal tradimento dei vassalli di Manfredi. Alcuni di questi avevano addirittura chiesto denari al Re di Sicilia per rafforzare le difese, e poi avevano chiesto soldi anche a Carlo, per farlo passare indisturbato sulle loro terre. L’esercito di Carlo d’Angiò giunse a Roma, nel periodo natalizio del 1265, alquanto male in arnese.

 

L’incoronazione di Carlo d’Angiò

Appena l’aspirante al trono di Sicilia arrivò nella Città Eterna, forte e spavaldo per la presenza del suo esercito, si fece incoronare in S. Pietro, da cinque Cardinali delegati dal Papa.

Subito dopo, anche se le sue truppe erano ancora stanche per il lungo viaggio, con il miraggio del saccheggio, delle terre ricche e opulente del meridione, le spinse immediatamente verso i confini del Regno di Sicilia.

 

            I due eserciti si fronteggiano

Giunto nella pianura di Benevento, si trovò dinanzi l’esercito di Manfredi che lo attendeva al completo con tutti i suoi militi, divisi in tre schiere. La prima di cavalieri tedeschi, la seconda mista tra cavalieri tedeschi e ghibellini italiani e la terza, la più numerosa, formata da cavalieri del Regno e arcieri pugliesi e saraceni. Le schiere tutte insieme contavano dai tremila ai quattromila uomini.

L’esercito di Carlo d’Angiò poteva contare su un numero di soldati equivalente, ed erano anch’essi divisi in schiere.

 

            Lo scontro e la slealtà dei francesi

La mattina del 26 febbraio 1266, i due eserciti si scontrano sulla piana del fiume Calore. La prima fase della battaglia vede prevalere le truppe di Manfredi, ma poi l’esercito di Carlo si macchiò di slealtà, ricorrendo agli stocchi, (spade corte e robuste), con i quali ferivano alle ascelle i cavalieri, quando alzavano le braccia per menare fendenti, e facendo violenza anche ai cavalli, per provocare sgomento e grande disordine nelle file nemiche.

Manfredi vistosi in difficoltà, chiamò allora in battaglia la schiera di riserva formata dai cavalieri del Regno, che però in massima parte disertarono.

 

Il segno di Dio

Allora egli stesso si gettò nella mischia, ma nel prendere l’elmo, l’aquila d’argento insegna della potestà, che era sul cimiero, cadde in terra.

“Ecco il segno di Dio!” esclamò allora il Re e deciso a morire gloriosamente, con le armi in pugno, si lanciò laddove più aspra ferveva la battaglia. Cadde da valoroso, e con lui si spensero tutte le speranze dei ghibellini.

Con la sconfitta di Manfredi, ebbe così termine il potere della casa di Svevia in Italia, e si spense anche la bella corte voluta dall’Imperatore Federico II dove, come in un giardino finemente curato, erano fiorite la cultura, la poesia e le belle arti.

In quel momento i vincitori sono Carlo d’Angiò e Clemente IV. Manfredi il bel principe dalla chioma bionda, che Dante ritrae con questi versi: “Biondo era e bello e di gentile aspetto”, era morto.

 

            Dopo la vittoria stupri, ruberie, violenze e stragi

Le truppe di Carlo vincono ma, affamate e assetate di tutto, assaltano chiese e conventi, fanno razzie in tutta la città di Benevento, e si danno agli stupri, alle ruberie, alle stragi, alle violenze e alle perfidie di ogni genere.

Il corpo di Manfredi morto eroicamente da combattente è sepolto in una fossa vicino al luogo della battaglia, perché essendo scomunicato, non può essere collocato in un luogo sacro. I cavalieri francesi in segno di stima e di rispetto per il condottiero nemico, depositano una pietra a testa sulla sua sepoltura, in modo di creare una sorta di monumento funebre.

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