Se chiedessimo quale è l’emergenza sanitaria dei prossimi 20/30 anni ci sentiremmo rispondere: l’inquinamento, i tumori, l’invecchiamento della popolazione, il costo della sanità pubblica.

Risposte corrette, ma nessuna – a parte forse l’inquinamento – ha le caratteristiche di rapidità, difficile controllo, mortalità, diffusione che caratterizzano una vera emergenza sanitaria globale.

L’inquinamento ha già cominciato a far sentire i propri effetti negativi, ma prima che possa mettere a rischio milioni di vite richiederà decenni e sarebbe comunque evitabile con adeguate politiche mondiali di prevenzione ecologica.

I tumori sono ancora oggi la seconda causa di morte, dopo  infarto del miocardio e ictus cerebrale, ma grazie alle più moderne tecniche diagnostiche e ai nuovi farmaci biologici si curano sempre prima e molti di loro arrivano a guarigione completa.

L’invecchiamento della popolazione è un fatto ineluttabile, ma una adeguata prevenzione e una corretta gestione delle politiche sanitarie nazionali e sul territorio possono garantire un invecchiamento sano e senza eccessivi contraccolpi per la società e l’individuo.

Il costo della sanità pubblica è sicuramente un nodo per i bilanci degli stati, ma amministratori oculati e preparati possono e devono scioglierlo con le giuste politiche sanitarie (ma di questo potremo parlare in un successivo articolo).

Quale è allora l’emergenza sanitaria che più deve preoccupare medici, ricercatori, politici e cittadini?

È la crescente resistenza di agenti patogeni (prevalentemente batteri, ma non solo) agli antibiotici.

In altre parole alcune infezioni non saranno più curabili con gli antibiotici attualmente disponibili.

Al giorno d’oggi, i batteri resistenti causano oltre 700 mila morti ogni anno nel mondo, di questi oltre 25 mila solo in Europa.

In  Italia, le infezioni ospedaliere resistenti si aggirano intorno ai 300 mila casi clinici e causano tra i 5 mila e i 7 mila decessi l’anno.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che nel 2050 le infezioni resistenti alla terapia antibiotica saranno la seconda causa di morte nel mondo, prima ancora dei tumori, con oltre 10 milioni di morti.

I bambini e gli anziani saranno le vittime preferite. Si morirà per malattie “banali” come tonsilliti, ferite, polmoniti, ascessi. Gli interventi chirurgici saranno gravati da indici di mortalità sempre più alti. Torneremo ai tempi delle grandi epidemie con milioni di morti come ai tempi dei nostri nonni e bisnonni.

Ma quali sono le cause di questa previsione apocalittica? Perché siamo arrivati a questo punto?

Il motivo principale è l’abuso di antibiotici, spesso sconsiderato, che si è fatto, e tuttora si fa nel mondo in agricoltura e negli allevamenti massivi di animali.

Secondariamente la prescrizione inutile, spesso errata, di antibiotici nell’uomo per malattie che non lo richiederebbero di norma, come influenza, raffreddore e più in generale malattie di origine virale.

Accanto a questi due elementi va segnalato che sempre meno aziende farmaceutiche investono nella ricerca di nuovi antibiotici sia per i costi altissimi di sviluppo ( miliardi di euro), che per i sempre minori ricavi che se ne traggono.

Finalmente pur essendo questo un problema globale, non si vede ancora all’orizzonte un patto sopranazionale tra gli Stati e i maggiori centri di ricerca scientifica mondiale per sviluppare un piano unico e cofinanziato che possa dare, prima del fatidico 2050, risultati concreti e fornire ai medici nuovi “superantibiotici” per sconfiggere i così detti “superbatteri”.

In Italia esiste un Piano Nazionale di Contrasto dell’Antimicrobico-Resistenza (PNCAR) 2017-2020”, pubblicato lo scorso ottobre 2017, a mio parere impropriamente denominato ‘Piano nazionale’, perché di fatto è solo un documento di indirizzo, infatti non è stato allocato alcun finanziamento per il raggiungimento degli obbiettivi del piano stesso.

E allora cosa possiamo fare noi cittadini?

Non molto in verità.

Sicuramente sensibilizzare i nostri politici ad affrontare seriamente, e non solo a parole, il problema.

Collaborare con i medici senza chiedere gli antibiotici per una “febbretta” e lasciandoli lavorare secondo scienza e coscienza.

E infine banalmente lavarsi le mani spesso, specie se si frequentano ospedali e ambienti pubblici.

Mai come in questo caso potremmo dire che “la salute è nelle nostre mani”.

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