La processione del Cristo morto a Viterbo: momenti intensi di fede, riflessione e tradizione

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VITERBO – Dopo due anni di sospensione “forzata”, dovuta alla pandemia da Covid-19, è tornata a percorrere le strade di Viterbo la processione del Cristo Morto, un momento intenso di incontro mistico tra religiosità e tradizione.

Assistere al passaggio di una processione oggi  incute ancora il rispetto doveroso di tutti; il passaggio della bara con la statua del Cristo morto impone preghiera, riflessione, vicinanza. E commuove.

La processione del Cristo morto a Viterbo è partita ieri, alle 21,30, dalla chiesa del Gonfalone fino a piazza San Lorenzo in forma ridotta, ma partecipata e sentita. Presenti anche, fra gli altri, il questore di Viterbo, una rappresentanza dei Carabinieri, alcuni politici.

I fedeli hanno percorso pregando via Cardinal La Fontaine, poi sono giunti a piazza Fontana Grande, piazza del Plebiscito, via San Lorenzo, piazza della Morte fino a piazza San Lorenzo.


Sulla scalinata di un Palazzo dei Papi illuminato è stata messa in scena la crocifissione con una rappresentanza dei figuranti. Il Vescovo Lino Fumagalli ha ricordato ai presenti: “Abbiamo acvompagnato Gesù per le vie della nostra città. Lo abbiamo fatto con devozione, gratitudine e con forte speranza.”

La Passione di Gesù è la più bella storia d’amore mai raccontata: è l’amore di Dio che si fa uomo per liberarci dai peccati, per insegnarci ad amare, ma è anche una storia carica di violenza, sofferenza, morte. Nel ripercorrere le tappe della passione di Cristo, la violenza delle intenzioni, dei pensieri, delle parole, delle azioni è brutale. Sono molti i violenti che si scagliano contro Gesù, che è solo, debole, innocente, indifeso. Non ha alcuna colpa, non ha alcuna protezione, ma diventa destinatario della violenza di tutti. E anche chi dovrebbe stare dalla sua parte, lo lascia solo. I discepoli si lasciano vincere dal male, Giuda tradisce, Pietro rinnega: l’amore che Gesù ha donaro e il Bene che ha fatto viene dimenticato.

La violenza contro Gesù è integrale.
Una violenza fisica, morale, psicologica. Ma non ha alcun senso, non ha alcuna giustificazione. Perché la violenza non ha mai alcun senso, nessuna giustificazione.La follia odierna della guerra è ancora violenza. Il Vescovo ha ricordato le ciò che ha detto Gesù:” Ti ho voluto bene sul serio e non a parole”.
Il popolo cristiano viterbese ricorda e ripercorre la violenza contro Gesù e la violenza che esiste ancora oggi, con un grido che scuote l’anima:”Basta! Che sia pace in terra. Che ci sia amore, quell’amore che Gesù ci ha insegnato a donare”.

Non aveva servi e lo chiamavano Signore. Non aveva lauree e lo chiamavano Maestro. Non aveva esercito e i re lo temevano. Non ha vinto battaglie militari e nonostante ció ha conquistato tutto. Non ha commesso delitto ed è stato crocifisso. Ha cambiato il mondo e ha dato un senso al nostro viaggio terreno. Ci ha amati per primi senza che noi lo conoscessimo. Ha detto:”Ama il prossimo tuo come te stesso. Perdona i tuoi nemici” e ha perdonato chi lo ha ammazzato. “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli” (Mt 5,3). “Beato chi ha fame e sete di giustizia perché sarà saziato”.
Le Beatitudini di Gesù sono portatrici di una novità rivoluzionaria, di un modello di felicità opposto a quello che di solito viene comunicato dai media. Per la mentalità mondana, è uno scandalo che Dio sia venuto a farsi uno di noi, che sia morto su una croce. Nella logica di questo mondo, coloro che Gesù proclama beati sono considerati “perdenti”, deboli. Sono esaltati invece il successo ad ogni costo, il benessere, l’arroganza del potere, l’affermazione di sé a scapito degli altri, il denaro. Ma tutto ciò si lascia qui quando si muore. Il Bene no. L’ amore che si dà rimane nel cuore, nel ricordo, nel mondo. Fa rinascere la natura in primavera e ci aiuta nei lunghi inverni dell’anima. È stato seppellito in una tomba, Gesù Cristo, e il terzo giorno è risuscitato e ancora oggi vive e continua ad accompagnarci. Il Suo è l’unico messaggio che vale la pena di diffondere, nel pieno rispetto anche di chi non crede in Lui.

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