L'Italia non è pronta per una riforma del genere. Nel nostro paese non farebbe altro che aumentare il divario sociale

La Riforma dei concorsi del Ministro Brunetta è logica, si, ma non in Italia

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brunetta italia

I cambiamenti proposti dal Ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta sono logici, anche “giusti” se vogliamo, ma vanno contestualizzati nel nostro sistema socio-economico per essere letti nel modo giusto.

Prima di tutto, le variazioni saranno principalmente quattro:
– stop ai concorsi lenti;
– ripresa dei concorsi in presenza;
– abolizione di concorsi unici;
– maggiore importanza ai Concorsi Formez.

Su questi quattro punti, ha completamente ragione. Il nostro paese soffre di una lentezza quasi cronica nel gestire la burocrazia e le procedure concorsuali, perciò ben venga una velocizzazione in tal senso. La ripresa dei concorsi in presenza deve essere attuata quanto prima, col fine di dare una valutazione più completa e oggettiva del candidato. Per ciò che riguarda invece i concorsi unici, in cui vengono create graduatorie a lunga durata, talvolta lunghissima, si fà bene a eliminarli, non fanno altro che rallentare ancora il sistema. Il Formez, con la riforma, dovrà collaborare a stretto contatto con le amministrazioni centrali e locali per definire fabbisogni, competenze e profili richiesti. Sarà inoltre capace, grazie alla creazione di una banca dati con le necessità della Pubblica Amministrazione, di gestire al meglio i processi di selezione per i nuovi Concorsi Pubblici.

Certo, tra il dire e il fare, c’è di mezzo il mare. Ma fidiamoci, per una volta.

Arriviamo ora al tasto dolente. La riforma dei processi preselettivi dei concorsi pubblici. Verrà eliminata la logica e verrà dato ampio spazio ai titoli di studio. Ma, assumendo che l’istruzione in Italia funzioni bene, e che non trasformi ragazzi in “recipienti” in cui inserire nozioni senza premiare il ragionamento, siamo così sicuri che essa sia veramente accessibile a tutti?

In Italia non solo le tasse universitarie sono tra le più alte d’Europa, ma il nostro Paese non è neppure fra quelli che sostengono maggiormente l’istruzione dei giovani. Tra gli Stati dove l’università è economicamente più accessibile ci sono sicuramente Germania, Danimarca, Finlandia, Svezia, Scozia e Norvegia. Secondo l’Ocse negli ultimi dieci anni le tasse universitarie sono aumentate in Italia del 60%, facendo piazzare il Paese al terzo posto della classifica dei più cari d’Europa, dopo Olanda e Regno Unito. Ma neanche le borse di studio riescono a coprire i costi così alti, Italia solo il 9-10% degli universitari percepisce una borsa di studio a fronte del 25% in Germania, 30% in Spagna e del 40% in Francia.

Perciò, non promuoviamo l’istruzione, la facciamo pagare a caro prezzo e, per di più, le borse di studio offerte e ottenute sono un terzo di quelle tedesche e spagnole e addirittura un quarto di quelle francesi. Non possiamo permetterci perciò di indicare come principale metodo di preselezione i titoli di studio, in quanto, l’accesso non è riservato a tutti. Si rischia di imporre una barriera all’entrata verso chi, magari avendo doti migliori di altri, non ha potuto ottenere un titolo di studio, per via del sistema malsano che è l’istruzione da anni.

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