La scomunica a Corradino di Svevia e l’invisibile uccello del malaugurio

Corradino però non se ne dette per inteso, e il 20 ottobre del 1267, giunse a Verona alla testa di un esercito con tremila cavalieri, e una grande schiera di fanti

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sagginiCon la morte di Manfredi, tutte le speranze dei Ghibellini, erano ormai riposte in Corradino di Svevia, nipote di Manfredi, e figlio di Corrado IV. Quando, nel Palazzo Papale di Viterbo, il Papa Clemente IV venne a conoscenza della volontà di Corradino, di guidare i Ghibellini alla riconquista del regno di Sicilia, gli fece arrivare subito un monito scritto.

Poi, saputo che Corradino nonostante il severo avvertimento, continuava imperterrito a preparare i piani bellici per spodestare Carlo d’Angiò, il giovedì santo dell’anno successivo, il Papa fece appendere i cedoloni (più o meno quello che oggi si chiama “avviso di garanzia”), alle porte della cattedrale di Viterbo. Nel documento pubblico, s’invitava perentoriamente Corradino a presentarsi davanti alla Curia papale, per giustificarsi e discolparsi, sotto pena di altri provvedimenti più gravosi.

Corradino però non se ne dette per inteso, e il 20 ottobre del 1267, giunse a Verona alla testa di un esercito con tremila cavalieri, e una grande schiera di fanti. La notizia fu accolta dal Papa con grande disappunto, ma ad aumentare la dose dei dispiaceri riservati a Clemente IV, ci aveva pensato anche l’ambasciatore di Corradino, Galvano Lancia, che appena a Roma, aveva preso possesso del Laterano, il palazzo pontificio per eccellenza, e in spregio al potere papale, aveva anche issato gli stendardi di Svevia, su tutti i pennoni della dimora, in segno di conquista.

La misura adesso era colma, Il 5 aprile 1268, giovedì santo, nella cattedrale di Viterbo, presente anche il Re Carlo d’Angiò, dopo che dall’ambone vari ecclesiastici si erano alternati, nella narrazione delle malefatte di Corradino e dei suoi seguaci, furono lanciate varie scomuniche. Ma la principale fu quella rivolta a Corradino. Appena l’ultimo oratore ebbe terminato l’elencazione dei misfatti compiuti dallo svevo, tutti gli ecclesiastici presenti alla cerimonia si alzarono, e si disposero in due lunghe file parallele che si fronteggiavano, e che andavano dall’altare fino all’ingresso principale della chiesa.


L’uccello del malaugurio volteggiava sotto le capriate del Duomo di Viterbo

A questo punto il Papa ricevette due torcetti accesi, mentre agli altri ecclesiastici furono consegnati i ceri, che furono subito accesi, trasmettendo la fiamma da candela a candela. A un cenno del Papa, improvvisamente nella chiesa scese un silenzio di tomba. L’atmosfera sembrava irreale. Nessuno più si muoveva e non c’era persona, che si permettesse il minimo bisbiglio. Il silenzio era così profondo e irreale, che sembrava quasi che i fedeli e tutti i presenti, trattenessero addirittura il respiro. In quest’atmosfera carica di attese, simile alla quiete che precede la tempesta, il Papa si alzò in piedi e sollevò in alto i torcetti accesi. Poi improvvisamente li scagliò a terra rovesciati, affinché si spegnessero, pronunciando con voce stentorea la formula di rito: “Sieno scomunicati, sieno scomunicati!” Subito dopo tutti i prelati insieme, scagliarono a terra i loro ceri con la fiamma rivolta verso il pavimento e ripeterono in coro la formula: “Sieno scomunicati, sieno scomunicati!”

L’atmosfera era così carica di tensione, che in molti tra la folla scoppiarono a piangere, e ci fu anche qualcuno che perdette i sensi. Tutti i fedeli si segnavano ripetutamente con la croce, come per allontanare quell’uccello del malaugurio, certamente presente e invisibile, che stava volteggiando sotto le capriate del tempio. Nello stesso momento tutte le campane della cattedrale, regolate ad arte dai campanari il giorno prima, mandavano nell’aria suoni stonati, e articolati in modo inaudito, come a voler disperdere i soggetti sui quali si era abbattuto l’anatema. Infatti, nelle regole antiche del suono di questo strumento, la campana intonata raccoglie i fedeli, quella stonata disperde chi ha ricevuto una condanna spirituale, come gli scomunicati.

Naturalmente questi fatti che avevano come teatro privilegiato Viterbo, avevano poi vasta eco in tutte le corti dell’Europa. Il Papa attraverso gli uffici della Curia, diffondeva la notizia affinché tutta l’Europa conoscesse i misfatti, e le colpe di cui si era macchiato Corradino, per le quali aveva ricevuto la scomunica. Decine e decine di corrieri a cavallo portavano le notizie che erano state vergate nel Palazzo Papale di Viterbo. Così il nome della città col simbolo del leone nemeo, risuonava in molto ambienti della cristianità e la sua fama cresceva. Anche i tanti ordini religiosi che avevano la residenza della casa generalizia a Viterbo, contribuivano a diffondere queste notizie, inviandole a tutte le loro comunità religiose, sparse in Italia e in Europa.

I fatti accaduti a Viterbo diventavano così il tema delle omelie, durante le celebrazioni delle messe in tutte le chiese del continente. I preti raccontavano con ricchezza di particolari, tutte le condanne e la scomunica che il Papa, dalla cattedrale di Viterbo, aveva scagliato sul pretendente al trono di Sicilia. La fama della nostra città cresceva così sempre di più, e si confermava sede papale per eccellenza.

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