La “selva oscura” di Dante fu ispirata dalla Tuscia, nei tortuosi Monti Cimini

Un'ipotesi suggestiva che le prove sembrano quasi accertare, ed è motivo d'orgoglio cittadino crederlo

1951

Un’ipotesi suggestiva, quella avanzata da più studiosi del territorio viterbese e del “massimo poeta”; secondo questa teoria, infatti, la “selva oscura” cantata nei tre versi più famosi d’Italia (forse del mondo?) sarebbe stata ispirata dallo stato selvaggio che, intorno al 1300, pervadeva il territorio della Tuscia, sui Monti Cimini.

Uno stato selvaggio documentato, tra l’altro, anche dai molti pellegrini “alfabetizzati” che attraversarono quel sentiero, lasciandocene traccia scritta attraverso la stesura di diari di viaggio; c’è chi ne parlò in modo positivo, come un luogo di meravigliosa conciliazione con la natura più inviolata, e chi invece, come appunto Dante, mise in risalto la “tortuosità” ed il “caos” di tale zona.

L’ipotesi nasce da una coincidenza di date che non avrebbe potuto portare il sommo poeta altro che nel territorio della Tuscia: esiliato tra il 1300 ed il 1301, Dante iniziò a scrivere la Divina Commedia (e quindi la Cantica dell’Inferno che inizia con i versi della “selva oscura”) proprio in tale lasso di tempo, e si calcola che, dovendo raggiungere il Giubileo indetto da Bonifacio VIII per il 1300 a Roma, passò necessariamente per la “Città dei pellegrini”, la nostra Viterbo, perdendosi e rimanendo certamente colpito dalla natura che circondava le mura viterbesi.

Che Dante sia stato nei pressi delle zone della Città dei Papi è indubbio: conobbe certamente la tragica storia avvenuta a Piazza del Gesù, e scrisse poi, sempre nella sua opera maggiore, del Bullicame viterbese, in tali versi:

«Tacendo divenimmo la ‘ve spiccia
fuor della selva un picciol fiumicello,
lo cui rossore ancor mi raccapriccia.
Quale del Bullicame esce ruscello
che parton poi tra lor le pettatrici,
tal per la rena giù sen giva quello.
Lo fondo suo ed ambo le pendici
fatt’era ‘n pietra, e margini dallato»

L’ipotesi, dunque, sembra essere ricondotta da tantissime prove alla verità, molto più che ad un “falso storico”.

«Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura»

Una selva oscura, impraticabile e spaventosa, nella Tuscia che finì per coincidere metaforicamente, nella mente di Dante, con uno dei periodi più bui della sua vita personale, divenendo addirittura “il preambolo della discesa agli inferi”.

 

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