La solitudine fa ammalare… anche con migliaia di amici Facebook!

Iperconnessi ma soli, è una condizione che porta a forme depressive e espone alle malattie.

La solitudine

Siamo perennemente connessi con il mondo, abbiamo migliaia di amici di Facebook e altrettanti followers, eppure la solitudine è il male di questa epoca. Non è inesatto dal punto di vista medico, definirla una malattia, perché stare da soli aumenta l’incidenza delle malattie. Nel libro “Connessi e isolati” lo psichiatra tedesco Manfred Spitzer ha studiato a lungo il fenomeno della solitudine e ha scoperto che è legata a filo doppio con il dolore. L’uomo infatti è un animale sociale ed ha potuto progredire proprio perché ha agito in gruppo, condividendo le esperienze, cooperando. Il gruppo è forza e ha consentito anche di sopravvivere in molti casi, superando difficoltà di ogni tipo. Non per niente il più piccolo nucleo sociale, la famiglia, è presente in tutte le religioni e a tutte le latitudini, anche se declinata in modo diverso.

Spitzer sostiene che stare soli ci fa male e aggiunge che tutti noi ne siamo consapevoli al punto che quando abbiamo la percezione della solitudine, subito il nostro cervello attiva “la modalità dolore”. Un malessere che è un campanello d’allarme che ci induce a correre ai ripari. Lo psichiatra ha scoperto che le stesse aree cerebrali entrano in azione anche in caso di dolore fisico. Il dolore è un meccanismo di protezione che ci avverte di un pericolo. Come se non provassimo dolore nel mettere la mano nel fuoco non ci allontaneremmo dalla fiamma, allo stesso modo se la solitudine non ci facesse stare male non tenteremmo di stabilire relazioni e quindi metteremmo a rischio la nostra sopravvivenza. La solitudine può provocare uno stress cronico. Spitzer chiama in causa i social network che sono tra i principali imputati dell’isolamento degli individui. Lo psicologo non si spinge a creare un legame tra i social e la diffusione delle depressioni ma offre interessanti spunti di riflessione.

La sociologa e psicologa America Sherry Turkle, autrice del bestseller “Alone together” analizza proprio questo fenomeno. In particolare analizza come la tecnologia ha cambiato il modo di comunicare, soprattutto all’interno della famiglia. Spesso si vedono coppie con figli attorno a un tavolo al ristorante, ognuno con lo sguardo fisso sullo smartphone. Proprio “Alone together”.

Uno studio inglese pubblicato sul “Journal of Marriage and Family” ha fatto il punto sulle difficili relazioni all’interno delle famiglie. Analizzando le abitudini dei ragazzi dagli 8 ai 16 anni nel 2000 e poi nel 2015, quando è esploso il fenomeno dei social, è emerso che il tempo trascorso in casa era superiore di circa un’ora. Questo tempo però veniva impiegato per usare dispositivi mobili. E i ragazzi lamentavano di sentirsi soli.

La psicologa e psicoterapeuta Laura Turuani nel libro “Il ritiro sociale negli adolescenti. La solitudine di una generazione iperconnessa” sostiene che la costante comunicazione tra i membri della famiglia con messaggini e whatsapp, durante la giornata, ha fatto venir meno il desiderio di parlare faccia a faccia. E’ difficile arrivare a casa e scoprire che è successo qualcosa di diverso da quanto è stato comunicato con un sms prima. In molti Paesi ipertecnologizzati in cui l’importanza della famiglia si è logorata, la coppia e i figli cenano separati, chi avanti al computer o alla televisione o nella camera a studiare. Ognuno chiuso nella sua solitudine.

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