La storia di Filippo Addamo, che uccise la madre, la persona che amava di più

Filippo Addamo uccise la madre Rosa Montalto nel 2000, dopo aver scontato 17 anni in carcere racconta la sua storia

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La storia di Filippo Addamo accade a Catania, quando lui è poco più di un adolescente. La madre, Rosa Montalto, è una donna bellissima, bionda e con gli occhi azzurri, lui è il suo primogenito, il primo di quattro figli, avuti uno di seguito all’altro. La sua vita da mamma inizia quando lei ha solo quindici anni, poco più che una bambina, cresce insieme a loro, e in particolare con Filippo, che la considera anche un’amica, la sua confidente, a lei racconta tutto, anche del suo primo amore, e sarà lei a insegnargli a fare la barba e a realizzare un nodo perfetto per la cravatta. Un legame fortissimo, un amore straripante, a tal punto che questo figlio arriva a considerare la madre un oggetto di sua proprietà, e questo equilibrio di amore e gelosia si rompe nel momento in cui Rosa si invaghisce di un amico di Filippo, Benedetto, lei ha 34 anni, lui 24, e scappa con lui abbandonando il marito e i figli per una decina di giorni, un tempo, che, però, al suo primogenito sembra infinito. È esattamente in questo momento che dentro l’Addamo si rompe qualcosa, perché la madre non è più solo sua, capisce che non riuscirà mai a vincolarla, a trattenerla. Anche dopo che lei tornerà a casa, comprenderà che è solo questione di tempo, che lei se ne andrà di nuovo, e questa volta, per sempre.

Rosa Montalto muore il 27 marzo del 2000 in una fredda mattinata che avrebbe dovuto sapere di sapere di primavera e che invece saprà per sempre di morte, quella di una madre per mano del figlio. Bisogna andare avanti con il racconto per addentrarsi nella mente di questo ragazzo che quando parla della mamma che non c’è più dice: “Non ci riuscivo a non averla a casa. Mi faceva sentire tradito. Mia madre era mia, di nessun altro, si vede che sono rimasto bambino. Io volevo mia madre tutta per me e il fatto che un estraneo me l’avesse portata via… dovevo vincere. E invece è finita che non ce l’ho più”. E lo fa piangendo, lo fa consapevole di aver tolto la vita alla donna che la vita gliel’aveva data, lo fa non perdonandosi mai, ripetendolo più e più volte, con quegli occhi che sono rimasti da bambino, ma con la consapevolezza di un adulto. E poi dice quella frase che è rimasta scolpita nella mia testa “Indietro non posso tornare, non posso tornare a quella mattina maledetta, anche se lo vorrei tanto. È per questo che sono voluto andare in carcere perché in questo modo ho sentito, almeno in terra, di scontare una pena, di scontare la colpa per questo delitto atroce di cui mi sono macchiato. Ma il perdono vero, il mio perdono, quello non l’avrò mai. Spero un giorno di incontrare mia madre e di poterla abbracciare di nuovo, ascoltare la sua voce, e, sapere, se almeno lei, mi ha perdonato. Solo se avrò il suo perdono, potrò perdonarmi“.

Sono passati 21 anni dal giorno dell’omicidio, il carcere di Porto Azzurro è stato fondamentale nella riabilitazione di questo ragazzo, gli ha dato la possibilità di studiare, di avere un lavoro, di mettersi in gioco come persona, di uscire da una cella, sposarsi e avere un figlio. Filippo da un anno vive in Belgio, da quando ha capito che nella sua Catania non c’era la possibilità di dare un futuro al suo bambino, perché senza lavoro, non si sopravvive. Ha scelto di darsi una seconda chance, e di darla alla sua famiglia. Quella seconda possibilità che a diciannove anni non è riuscito a concepire per sua madre.

Se penso che davvero sia pentito? Sì, penso si sia pentito ogni giorno della sua vita. Se penso che sia davvero perdonato? No, non si perdonerà mai per aver tolto la vita a sua madre. Se penso che la riabilitazione serva? In questo specifico caso penso sia servito. Rimane però un fatto incancellabile. Rosa Montalto avrà per sempre 38 anni, ed è stata uccisa dalla mano di chi, forse, amava di più. Questo non si riesce a dimenticare.

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