Quando Viterbo era grande

La Verginella e il Capitano del popolo. L’incontro tra Santa Rosa e Raniero Gatti

Viterbo è lo scenario principe nel quale nascono e si svolgono tutte le vicende storiche più importanti durante la seconda metà del XIII secolo.

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Finestra Palazzo Gatti
La Finestra Palazzo Gatti

La città di Viterbo è lo scenario principe nel quale nascono e si svolgono tutte le vicende storiche più importanti durante la seconda metà del XIII secolo. E’ qui che nasce la vergine Rosa, che fin da piccola, intrepidamente e con la croce in mano, usava recarsi sotto le case dei ricchi e dei potenti viterbesi, per arringarli severamente incolpandoli di non dare da mangiare ai poveri, e di vivere nel lusso e nella ricchezza più sfrenata.

Non è da escludere che la verginella abbia predicato anche sotto la turrita dimora dei Gatti, essendo questa la famiglia più ricca, e una delle più importanti di Viterbo, che traeva i suoi lucrosi guadagni, dal prestito di denaro.

Una coincidenza da non trascurare, per comprendere meglio la storia di quel periodo, è che Raniero Gatti e S. Rosa erano coevi. Il grande Capitano del Popolo nacque presumibilmente nell’anno 1200, e morì intorno al 1269. Questo periodo temporale copre la nascita di Rosa (15 maggio 1233), e la sua prematura morte nel 1251. (La data del 6 marzo che tutt’oggi si festeggia, è solo ipotetica, in quanto non esiste alcun documento scritto che la confermi).

Quando Rosa inizia la sua predicazione per le strade di Viterbo, Raniero è un uomo maturo e si è già messo in luce per il suo ardimento nel 1243, quando durante una riunione, interviene  pubblicamente contro il conte Simone di Chieti, che era Podestà e anche comandante della legione imperiale, distaccata a Viterbo da Federico II.

Nella bibliografia esistente su S. Rosa e Raniero Gatti, non esistono accostamenti tra questi due personaggi, che rappresentano due importanti cardini, della nostra storia medievale. Raniero Gatti è l’eponimo della famiglia dei cosiddetti Brettoni, (in quanto provenienti dalla Bretagna), che sotto il suo impulso cambia il cognome in Gatti. Sulla facciata del Palazzo Papale, da lui voluto per invogliare il papa a stabilire la sua residenza in Viterbo, si trova anche un’epigrafe marmorea che spiega il perché di questa sua scelta: “Raniero Gatti per la terza volta eletto capitano costruì questo palazzo destinato al pontefice. Tu che leggi ricorda che correva l’anno 1266. I gatti che vedi, quando corrono, spiccano salti: indicano le virtù per le quali egli (Raniero Gatti) si eleva.”

Fistola della Fontana Grande con stemmi Orsini e Gatti
Fistola della Fontana Grande con stemmi Orsini e Gatti

Santa Rosa è invece la santa cittadina, morta prematuramente e, già da viva, oggetto di culto da parte di tanti viterbesi.

Esaminando bene le cronache del tempo, appare innegabile postulare che i due si conoscessero, o almeno che Raniero sapesse chi era Rosa, e che di contro, la verginella viterbese fosse informata su questo importante rappresentante, della famiglia guelfa dei Gatti.

D’altronde la Viterbo di quel tempo è una cittadina che conta poco più di diecimila abitanti, raccolti nell’ambito delle strade più vecchie del nostro centro storico. Più o meno un quartiere popoloso della Viterbo attuale, dove si circolava solo a piedi, con poche eccezioni dei più facoltosi che andavano a cavallo, e dove era inevitabile che tutti i residenti s’incontrassero e, anche se solo di vista, si conoscessero.

La dimora dei Gatti, che era difesa da cinque torri, simili a quella superstite che si può ancora oggi ammirare in Via Cardinal La Fontaine, arrivava fino alla attuale Piazza Fontana Grande, e occupava tutta l’area dove oggi sorgono la Chiesa dei Santi Teresa e Giuseppe e l’ex convento dei Carmelitani Scalzi (già adibito a Tribunale).

La distanza tra la casa dove abitava la santa (a ridosso del Convento oggi di S. Rosa), e il Palazzo Gatti era percorribile a piedi, in una manciata di minuti.

Nel 1250, su pressione dei gruppi di eretici che non tolleravano più le sue predicazioni, Rosa fu mandata in esilio a Soriano nel Cimino.

Questo provvedimento adottato dal Podestà Mainetto Bovoli di Firenze, che era di fede ghibellina, e in buoni rapporti con i tanti eretici che circolavano in Viterbo, dovette destare sorpresa e scalpore tra tutti gli abitanti del Comune.

Raniero Gatti che in quel tempo era già un personaggio pubblico, poiché nel 1248 era stato uno dei quattro rectoris comunis (quattro cittadini per provvedere alli bisogni), certamente non poteva non sapere del provvedimento di esilio, e quindi si può tranquillamente affermare che conoscesse Rosa, la sua fede incrollabile ed il suo misticismo.

Dalle cronache dell’epoca rileviamo ancora un dettaglio importante che conferma la conoscenza tra S. Rosa e Raniero Gatti. Infatti, dalla testimonianza rilasciata dal grande Capitano del Popolo, davanti al giudice che doveva decidere in merito alla proprietà del terreno denominato Selva Pagana, parlando del biennio in cui era stato Capitano del Popolo (1257-59), Raniero Gatti raccontò come in tale veste, spettasse a lui nominare i consoli, aggiungendo non senza un’aria di grande superiorità, che in quel tempo a Viterbo, nulla poteva essere fatto senza il suo ordine.

Questa ulteriore precisazione di Raniero Gatti, ci permette di aggiungere nuovi elementi storici alla famosa traslazione del sacro corpo di S. Rosa.

Infatti, il quattro settembre del 1258, auspice il Pontefice Alessandro IV, ebbe luogo il trasferimento del sacro corpo della verginella Rosa, dalla Chiesa di Santa Maria in Poggio, alla Chiesa di S. Maria delle Rose, annessa al Cenobio di San Damiano.

L’evento sensazionale ricade nel periodo in cui, per ammissione dello stesso Raniero Gatti nulla poteva essere fatto in Viterbo senza il suo ordine.  Quindi neanche la solenne processione della traslazione poteva essere autorizzata e organizzata, senza la mano onnipresente e onnipotente del Capitano.

Stando così le cose, Raniero Gatti non solo ne era a conoscenza, ma certamente organizzò la solenne processione di concerto con il papa Alessandro IV, ed ebbe somma cura di parteciparvi in prima fila.

Quindi si può facilmente ipotizzare, come in un film al rallentatore, la sequenza dei personaggi di quella straordinaria processione. In testa un crocifero accompagnato da due chierici con ceri accesi, e poi il Papa Alessandro IV che indossava il manto delle grandi cerimonie. Subito dopo veniva il baldacchino con il sacro corpo della Santa, portato a spalla da quattro Cardinali, che precedeva il Capitano del Popolo Raniero Gatti, e i due consoli Alessandro di Pietro degli Alessandri e Uguicio Fortiguerra.

Poi a debita distanza, tutto il clero di ogni ordine e grado, le Confraternite, i rappresentanti delle Arti e delle Corporazioni, e infine il popolo dei fedeli che acclamava la santa.

La traslazione del sacro corpo di S. Rosa, avvenuta il 4 settembre 1258, apre una pagina luminosa nella storia di Viterbo, perché introduce solennemente il periodo d’oro della sua prima e unica fioritura (1257-1281).

Questa conoscenza tra Santa Rosa e Raniero Gatti, aggiunge un’importante tessera al mosaico storico dell’epoca, e ci fa considerare come i due personaggi, non solo abbiano vissuto nello stesso secolo, ma abbiano dato vita anche a un importante evento cittadino, che ancora oggi si perpetua con il trasporto annuale della Macchina di S. Rosa.

Perciò consideriamo con grande fierezza che a Viterbo in quegli anni (1257-1281) c’era tutto ciò che poteva fare grande, importante e florido questo fiero Comune perché:

  1. Era la sede del Papa, della Curia e della Corte pontificia;
  2. Aveva pacificato tutte le rivalità cittadine;
  3. Per le sue strade ancora risuonavano i passi di S. Rosa, morta nel 1251;
  4. A Bolsena era accaduto il miracolo del corporale, che sarà la pietra miliare sulla quale la Chiesa, instituirà la festa del Corpus Domini;
  5. Era una città ricca e di livello europeo;
  6. Era adornata da chiese monumentali, conventi e altri importanti monumenti come i profferli e le fontane a fuso;
  7. Era più importante di Roma, per la presenza della sede papale;
  8. Era un Comune forte e rispettato;
  9. Viveva nell’opulenza, coltivando la mera illusione, che i papi sarebbero rimasti per sempre qui a Viterbo.

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