L’assassinio di John Lennon: la follia contro il Mito. Era l’8 dicembre del 1980

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Successe oggi, quarant’anni fa. Era l’8 dicembre 1980.

John Lennon uscì di casa. Market David Chapman era lì ad aspettarlo; gli strinse la mano e si fece firmare un autografo sulla copertina di ‘Double Fantasy’.

Poi l’assassino attese Lennon sotto al palazzo per circa quattro ore. Chissà cosa avrà pensato in quelle lungo tempo! Alle 22,52, il grande musicista stava rientrando insieme alla moglie quando Chapman, davanti al Dakota Building, nell’Upper West Side di Manhattan, gli sparò contro cinque colpi di pistola: quattro lo colpirono alla schiena e uno lo trapassò all’altezza dell’aorta.

“I was shot…”. Riuscì a dire John Lennon, l’ex Beatles che riuscì a stento a raggiungere, sanguinando, la guardiola della sicurezza e a pronunciare quella sua ultima frase prima di perdere i sensi. “Mi hanno sparato”. Aveva compiuto quarant’anni due mesi prima, il 9 ottobre.

La situazione apparve subito grave agli agenti. Essi caricarono Lennon sull’auto della polizia per non aspettare l’ambulanza e il musicista fu portato al vicino Roosevelt Hospital ma fu dichiarato morto alle 23.07.

David Chapman aveva venticinque anni. Nato in Texas, cresciuto in Georgia, lavorava come guardia alle Hawaii. Soffriva da tempo di disturbi psichiatrici ed era ossessionato dai Beatles, da John Lennon e dal romanzo «Il giovane Holden» di J.D. Salinger.

“I Just Shot John Lennon” (“Ho appena sparato a John Lennon”), disse Mark David Chapman, la confessione cinica e fredda di un folle.

Disse Chapman in un’intervista: “Mi sembrò l’unico modo per liberarmi dalla depressione cosmica che mi avvolgeva. Ero un nulla totale e il mio unico modo per diventare qualcuno era uccidere l’uomo più famoso del mondo, Lennon”.

“A otto anni ammiravo già i Beatles, come tanti altri ragazzini. Ma non ho mai pensato che Lennon fosse mio padre. E si sbaglia anche chi sostiene che mi credevo ‘il vero Lennon’ o che lo amavo alla follia – spiegò ancora – Mi sentivo tradito, ma a un livello puramente idealistico. La cosa che mi faceva imbestialire di più era che lui avesse sfondato, mentre io no. Eravamo come due treni che correvano l’uno contro l’altro sullo stesso binario. Il suo ‘tutto’ e il mio ‘nulla’ hanno finito per scontrarsi frontalmente. Nella cieca rabbia e depressione di allora, quella era l’unica via d’uscita. L’unico modo per vedere la luce alla fine del tunnel era ucciderlo”.

Chapman fu accusato di omicidio di secondo grado e, dichiaratosi colpevole, fu condannato alla reclusione da un minimo di 20 anni al massimo dell’ergastolo. Nel 2000, scontato il minimo della pena, fece richiesta di scarcerazione, che gli venne rifiutata. Chapman ha trascorso i primi 30 anni di reclusione nel carcere di Attica e nel 2012 è stato trasferito in quello di Wende, sempre nello Stato di New York. Da allora ha provato più volte a chiedere la libertà condizionata, senza successo. Negli Stati Uniti, in generale, le pene per gli assassini sono più dure.

Con la morte di John Lennon fu colpita la musica e una generazione, formata nutrendosi degli ideali di non violenza che ispirarono anche l’ album di maggior successo, ‘Imagine’ (1971).

A noi è rimasto il mito di John Lennon e dei Beatles che, con le loro intramontabili canzoni, hanno segnato anche le nostre vite.

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