“Lavoro c’è, ma manca la voglia”. Ne siamo così sicuri?

Un luogo comune che noi giovani ci portiamo sulle spalle da tempo. È troppo chiedere ciò che ai nostri genitori era garantito?

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La generazione Z, anche appellata dai più maturi “quella che di voglia di lavorare non ne ha”. Per chi non ne conosce i componenti, la generazione Z è quella generazione che comprende tutti i giovani nati dal 1995 fino a quelli nati nel 2005. Sostanzialmente la più colpita dalla pandemia. Impotenti di fronte a una situazione ingestibile, si è ritrovata ad arrivare in età lavorativa in piena crisi economica e pandemica. E di fronte alle richieste spregiudicate dei datori di lavoro, ormai assimilabili a “santoni dello Stakanovismo”, si permettono anche un “no grazie”. Ci mancherebbe, fin troppa gentilezza.

Le paghe? da fame. Ai più fortunati vengono offerti 5 euro all’ora per un servizio di 16 ore consecutive, 7 giorni su 7. Dimentico una cosa, mezza giornata libera. Ma esistono situazioni altrettanto scandalose, ma ben peggiori. Il settore principalmente incriminato è quello della ristorazione. Un tipico lavoro da lavapiatti comprende un servizio che inizia alle 11:00 ed esaurisce la sua durata all’una, di notte. Paga oraria? Macchè! 40 euro per la giornata, ben tre euro all’ora. Ah, una cortesia. È richiesta disponibilità per tutti i giorni della settimana.

A portare alla luce l’argomento è un noto quotidiano nazionale, titolando “Chi si sente sfruttato, rinuncia, preferisce il reddito di cittadinanza”. Come a voler intendere che lo sfruttamento fosse uno stato d’animo, come se ci si alzasse con il piede sbagliato, non una vera e propria condizione lavorativa degradante per la persona. Se c’è qualcosa che di buono ha fatto il reddito di cittadinanza (forse l’unica) è proprio quella di dare la forza e la possibilità di dire “no, grazie”. Le mele marce ci sono, ma il RDC ha permesso ai più bisognosi di cominciare a dire no agli imprenditori-sfruttatori.

Ne ha parlato Rossano Rossi, delegato sindacale della Sammontana. “Se la retribuzione è giusta, i giovani ci sono”. Continua spiegando, secondo lui, cosa c’è dietro la presunta carenza di forza lavoro: “Pochi spiccioli e quasi zero diritti per molte, troppe, ore di lavoro. E poi gli imprenditori si lamentano pure, se non trovano gli stagionali”. “Poverini”, ci verrebbe da dire. Infine, porta l’esempio Sammontana: “Ora, stanno lavorando 352 operai stagionali negli stabilimenti della fabbrica empolese – spiega Rossi –. Ma al momento sono 2.500 le domande che si sono accumulate negli uffici dell’azienda. Di persone che andrebbero di corsa a lavorare lì”.

Forse la pacchia è finita, è finita la storiella degli imprenditori misericordiosi che dispensano lavoro non trovando chi lo accetta. Siamo finalmente arrivati al capolinea.

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