Le donne e la dote, un’antica consuetudine per i matrimoni

222
falsi matrimoni

La “dos” necessaria, quell’antica consuetudine di elargire, al momento della promessa di sponsale, o al momento del voto di consacrazione, una somma di denaro, un patrimonio in gioielli, corredo e immobili alla figlia femmina. La dote può essere assegnata, oltre che dal padre, da un padrino, da un parente o semplicemente da un amico di famiglia che si fa garante e sostiene gli oneri della cerimonia, della conviviale o del banchetto e che deve essere considerata solo un usufrutto da parte di chi la riceve, fatti salvi gli accadimenti della vita come ad esempio il ripudio per mancanza di prole, la morte o l’abbandono del convento. Durante il periodo longobardo anche il futuro marito versa una quota alla famiglia della sposa, il mephium, cioè l’acquisizione della tutela e della sottomissione della donna, col tempo diventa il quorum dell’eredità spettante alla sposa in caso di prematura vedovanza. Lo strumento dotale attraversa tutti i tempi, nell’anno mille, in una società ancora rurale, è il simbolo del valore delle donne di ceto medio alto, nella società cittadina si fissano addirittura delle regole onde evitare poliedriche interpretazioni, in età comunale la misoginia e gli uomini acculturati di chiesa la considerano il giusto compenso per la crescita e la cura morale della sposa – che senza rischia di diventare persa e facile preda del peccato.

In Italia non c’è una legislazione valida a carattere nazionale, ciascuna regione ha le sue usanze, in Toscana il padre della donzella da maritare controlla la dote rilasciata alla figlia e in genere pone un’ipoteca sui beni del genero per il valore dell’intera dote. A Venezia la repromissa viene discussa prima del matrimonio ed è una vera e propria trattativa economica, tutto, però, rimane nelle mani femminili che possono avviare procedimenti legali nel caso in cui l’amministratore marito non sia guardingo e onesto rispetto alle proprietà ricevute solo in gestione. Nel caso di donne indigenti, si costituiscono fondi per gli sponsali, ricordiamo il Monte delle Doti a Firenze, il Monte dei Maritaggi a Napoli e il Monte dei Matrimoni a Bologna, i governi cittadini raccolgono soldi per far sposare anche le più umili in modo da dar loro la possibilità di inserirsi in società. Nei fondi entrano anche grandi lasciti, come nel caso di Giovan Battista Gabrielli di Brescia, nel suo testamento dispone “in perpetuo” una cifra da dedicare alle doti delle maritande indigenti avvalendosi della collaborazione dell’Istituto dell’Ospedale degli Infermi.

Nel patrimonio di San Pietro, per secoli, la regola dotale è per metà simile a quella veneziana e per l’altra metà somigliante alla regola toscana: un affare da tenere sotto controllo. Qui ci si sposa quasi sempre per contratto, sono i genitori a scegliere per i figli quando i figli sono ancora solo bambini e lo si fa per una questione di espansione dei confini di potere, per il controllo dei propri territori o per rimpinguare le finanze in dissesto o elevarsi di rango. Anche per le femmine che entrano in convento si sceglie l’ordine e il luogo, anche secondo amicizie e parentele importanti.

Alla redazione dello strumento dotale, oltre ai padri e alle madri, sono presenti i padrini, più la donna è di stirpe più elevato è il valore complessivo della dote, le più preziose rimangono quelle appartenute alle famiglie dell’intero Ducato di Castro. Viterbo non ha una società suddivisa in ceti sociali ben definiti e questa è la ragione per la quale tanti matrimoni fra cinquecento e seicento avvengono nei paesi e nelle città vicine: Vetralla, Nepi, Ischia di Castro, Valentano, Capodimonte, Montefiascone o in Toscana a Pitigliano, Sovana, Firenze, Pistoia o anche in Umbria a Todi o nella Marca Anconetana e fino a Bologna e Napoli.
Tantissimi i documenti che rimangono negli archivi pubblici e privati della zona, uno fra tutti quello della dote di donna Lucrezia, figlia di Sigismondo Scala e di Caterina nipote di Giovanni Pazzaglia. Il matrimonio viene celebrato a Nepi e la cerimonia viene officiata dal Padrino Blosio Palladio, più noto come Biagio Pallai, segretario apostolico e grande letterato che è presente anche alla firma del contratto dotale.

Un abito da sposa pro-honore, 500 fiorini, 500 scudi, bolognini, corredo, immobili a Viterbo, nel Ducato e a Roma. La dote, come per norma, è stilata davanti ad un notaio che deve conoscere la genealogia di tutti i presenti, questo perché gli scritti non siano parole da considerare vane o da poter confutare e che facciano invalidare le promesse.
Una delle curiosità è che a Viterbo il Cardinale Francesco Maria Brancacci impone una dote di 300 scudi per le probande nate in città, 400 per le donzelle forestiere e 600 nel caso in cui il convento sia in sovrannumero. La cera per la vestizione non deve superare 30 libbre e il banchetto non eccedere i 12 scudi. Le lane, i cotoni, le sete, i lini e i broccati prevedono numero e peso minuziosamente controllati all’ingresso, la non veridicità degli scritti comporta l’esclusione dal convento e dall’ordine.

Il cognome e il patrimonio fanno la Badessa che rimane comunque la Nobildonna e alla quale viene affiancato un circolo di suore come silenziosa servitù.

Tanti gli autografi ritrovati, tante le tracce delle Donne nei Palazzi, nelle Chiese, nei Castelli e sulle Isole di questa terra, una o due in particolare, ne parleremo…

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui