“Le generose azioni, e i fatti egregi degli antenati sono ai posteri di stimolo continuo…”

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Da Castro alla Maremma, da Pistoia a Firenze, da Perugia a Orvieto, da Viterbo a Vignanello, questo è per secoli il centro del mondo e della Storia.

Alessandro Farnese, nato a Valentano, si prepara a diventare cardinale mentre lungo i confini imperversano le scorribande dei Marsciano in cerca di potere e quale miglior tattica se non quella dei matrimoni?
Il conte Cadolo, capostipite dei Marsciano, sposa Gemma di Landulfo Conte di Capua, una donna che lascia una grande impronta nelle terre di Castro.

Il Conte è di origine longobarda, si evince da una donazione del periodo in autografo “ Qui professus sum ex natura mea lege vinere longobardo rum”, uomo di coraggio con mire di espansione, compra terreni vicino Firenze, Lucca, Siena e soprattutto in Maremma non senza motivo, infatti, il padre di Cadolo è figlio del territorio di Castro non ancora inteso come Ducato. Dallo stesso ramo discendono gli Aldobrandeschi Conti di Sovana e Santa Fiora con i quali si intrecciano matrimoni per mantenere integri i beni e i possedimenti, Uvilla diventa la moglie di Ranuccio Aldobrandeschi.

La notorietà della famiglia Marsciano incomincia col nipote di Cadolo, il figlio di Lottario, Bulgaro, più conosciuto come Bulgarello e volto alle conquiste in Umbria: Marsciano, da qui il cognome, Parrano e Montegiove che diventano i cognomi di due dei rami di famiglia e poi, Orvieto, Perugia e Chiusi in Toscana. Molte delle notizie sui Marsciano le abbiamo dal testamento del Conte Antonio, non solo sulla discendenza e sulle parentele ma anche sull’arma, uno scudo rosso in cornice, con una parte elevata e nella parte inferiore tre gigli che in realtà non sono né i gigli fiorentini né quelli farnesiani ma sono quelli che oggi troviamo nello stemma del Comune di Foligno e rappresentati in lacca in alcuni contratti conservati nell’archivio episcopale di Orvieto e nel Castello di Montegiove, la Scarzuola,( diventato per un periodo casa Pazzaglia) eretto, secondo la leggenda, dallo stesso San Francesco. Antonio sposa Paola Bianca, la todeschina, figlia del Gattamelata, da qui l’aggiunta in arma, come omaggio, di una fascia militare e allo stesso tempo, in quarto, un gatto. L’arma si modifica secondo i rami della famiglia, Montemarte, Marsciano, Parrano, Montegiove, a un certo punto compare un’aquila in campo d’oro, il Conte sostiene di essere cugino di Enrico VII Imperatore, in occasione della sua visita al castello compare per la prima volta, sulla sedia coronata, l’arma modificata: scudo in cornice rosso, l’aquila nera in campo d’oro, i tre gigli, il gatto e la fascia militare. Il Conte Antonio è condottiero della Repubblica Fiorentina,da lui discendono tre rami della stessa famiglia: Marsciano, Parrano, Montegiove e attraverso i grandi sponsali gli incroci con i Monaldeschi, i Vico, i Farnese e i Pazzaglia. In linea retta discende da lui il grande Ranuccio, fatto prigioniero a Viterbo dai soldati della Regina Giovanna nel 1419 e decapitato a Tuscania.

Il figlio Antonio, uomo d’arme, muore a Firenze, è sepolto a Pisa e al comando dell’esercito lo sostituisce Nicola Orsini. Isabella, figlia di Antonio, moglie di Francesco degli Atti, passeggia per mesi per le vie di Viterbo, al suono delle più belle fontane e tra i colori dei preparativi delle feste.
Guaspare di Ludovico è sulle mosse di andar verso l’altare con Laura Spiriti dalla quale avrà sei figli, tre femmine e tre maschi, tra le femmine, Sigismonda e Sulpizia saranno suore in San Bernardino a Viterbo e allestiranno il coro per il battesimo di Lorenzo nato da Alessandro di Ludovico e Dianora figlia di Pirro Baglioni. In questo momento la chiesa più amata è la chiesa di Santa Maria di Gradi frequentata da Cosimo De’ Medici e dai Vitozzi prima e poi dai Farnese, in particolare da Ortensia figlia di Beatrice e del Conte Antonio Baglioni signore di Castel del Piero, già imparentato coi Marsciano, tre mariti: Sforza Marescotti, Gerolamo di Marsciano e Ranuccio Baglioni e due figli ammazzati, donna estremamente pericolosa, spregiudicata e letale, così la definisce la storia, cresciuta amabilmente tra gli intrighi dei tanti palazzi.

Ѐ la Contessa di Vignanello, è la nipote della bella Giulia e di Papa Paolo III Farnese. Si dice che il secondo marito muoia per un piatto di maccheroni avvelenato dalla gentile consorte. Fuori le mura dell’antica Gradi e tra Viterbo e Castro si avviano le trattative con i Baglioni per il contado di Parrano alle quali partecipa anche il Papa coinvolto dalla becera nipote – Questo castello monsignor mio mi riesce molto meglio che io non pensavo… – che con un’acqua da toletta uccide anche sua figlia Elena di soli 16 anni ma colpevole di averle messo i bastoni tra le ruote. Ortensia è rinchiusa per la seconda volta in Castel Sant’Angelo, è il 1574 e tra piazza san Lorenzo a Viterbo e la Rocca di Valentano si decide il suo destino mentre imperversano battaglie e litigi e si stipulano patti tra gli eredi Marescotti e Ottavia figlia di Vicino Orsini.

Ancora una volta la Dama se la cava, ha salva la vita e continua a imperversare con bramosia di potere e cattiveria, si spegne nel 1582 con sette morti sulla coscienza e due processi per omicidio sulle spalle.
Tra Dame e Lor Signori non finisce qui!

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