Le nostre radici: archivi, biblioteche, monasteri. Le pietre vitali del ricordo

Tante trame che uniscono una memoria privata a quella collettiva creando una tela di rapporti tra famiglie, luoghi e confini, amicizie e inimicizie

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Molte delle notizie che abbiamo sul Ducato di Castro, su Viterbo, sul patrimonio di San Pietro e sulle terre confinanti le abbiamo dai documenti originali conservati con pazienza certosina negli archivi pubblici e privati, più o meno segreti, e nelle biblioteche di suore e monaci dal 1100 in poi. Sembra strano ma le verità più nascoste della Storia riposano proprio fra quelle mura, coinvolte col tempo, con gli spazi, con le intercapedini illuminate o celate e sempre in eco ai grani di un  rosario. Spesso più che luoghi di culto sono luoghi di potere secondario, sono avamposto di controllo e direzioni amministrative che mutano funzione a seconda del momento e dell’importanza culturale, economica e di estrazione sociale dell’ ordine e del loro fondatore.

In città, all’interno di un’isola, in collina o fuori le mura lungo i versanti di congiungimento tra i due imperi del nobile sociale e della grande Chiesa, le piante, i progetti e le costruzioni, pur dilatati nei secoli, li rendono facilmente riconducibili alle prerogative degli ordini, sia all’esterno che all’interno, come in una sorta di diversamente artistico e diversamente temporale. A questo e a quell’intento dedicato occorrono un mecenate, un’arma ed uno scettro, oltre al barlume della fede per il protettore più alto in grado, per questo le vicissitudini sono segnate e legate ai grandi personaggi noti per loro prosopopea, talvolta per l’umiltà e a tratti per la loro miseria.

Ogni qual volta si cerchino biografie, certificati, documenti e testi ci si ritrova coi piedi rivolti a quegli androni, catapultati dentro le pietre, trascinati su e giù per le navate maestose o incerte che fanno da contraccolpo ai passi, rintocchi, rumori e silenzi dove rimbalzano nomi, luoghi e racconti che stranamente s’incrociano sempre in alcuni siti noti della Viterbo antica: Santa Maria in Volturno, il Santuario della Quercia, la vecchia chiesa di Santa Maria di Gradi, il Monastero di Santa Caterina, la chiesa della Verità e Santo Spirito in Sassia più conosciuta come chiesa di Santa Croce in Valle Faul.

Lo Spedale di Santo Spirito in Sassia con annessa chiesa nasce come dipendenza dello Spedale Romano e diventa la sede amministrativa del patrimonio di San Pietro in Tuscia. Nel corso dei secoli si parla di due possibili spedali ma quello di cui si tratta è Santo Spirito de Fabuli, uno degli ultimi edifici nella valle dove casca l’Urcionio e poco prima della Porta che guarda a Toscanella e Corneto [l’attuale Tarquinia].

In alcuni documenti da archivio privato se ne attesta l’esistenza intorno alla seconda metà del 1200, l’ordine è quello dei Domenicani, la costruzione è molto particolare, in tre parti con una parte centrale a mo di ballatoio e proprio sulla strada in modo da renderla raggiungibile in anonimato, eh sì, c’è la famosa ruota dove vengono abbandonati i projetti, figli non voluti, figli naturali e figli di grandi personaggi mai riconosciuti. Questi bimbi vengono allevati da mammane di maremma spesso malate di malaria e per questo motivo, la leggenda narra, di piccoli defunti sepolti nel piccolo cimitero fronte chiesa e di altri corpicini buttati nel torrentello maleodorante.

L’uso, tuttavia, è quello di lasciare tra le fasce d’infante un ninnolo di riconoscimento, una medaglia, una spilletta o una moneta con l’arma di famiglia per le famiglie più note. Infatti, sotto gli archi del piano inferiore potrebbero ritrovarsi oggetti interessanti, lo spedale dà anche ospitalità a pellegrini e cavalieri che vanno avanti e indietro da Roma, fornisce spezie e medicamenti e talvolta prestiti di denaro ma solo ai più abbienti. Uno dei priori, con molta probabilità, assiste i primi giorni di Alessandro, il figlio della celeberrima badessa di Castro, dopo il suo battesimo nella Cattedrale di Santa Margherita a Montefiascone, come sicuramente lì vive i suoi ultimi giorni uno dei più grandi capitani del Ducato di Castro.

Le vicende si alternano tra fortune e disgrazie e si avvicinano a quelle delle suore di Santa Maria in Volturno, i due stabili sono separati ma uniti da un passaggio che sale dal giardino. Le monache Cistercensi provengono dai dintorni di Ferento e si uniscono presto con l’ordine degli agostiniani della Trinità, le Mantellate prendono possesso del monastero delle Cistercensi, lo conferma Papa Alessandro VI con la Bolla del 13 febbraio del 1499, il monastero è piccolo, se ne costruisce uno più ampio con annessa chiesa nella metà del 500. Il numero delle suore cresce, molte di loro sono giovani senza dote, vedove ma altrettante sono figlie di nobile lignaggio fatte entrare per mantenere il patrimonio integro per i figli maschi. Una delle cistercensi trasferite inizialmente è molto nota e assidua frequentatrice dello spedale di Santo Spirito dove, probabilmente, sopravvive per due anni il figlio naturale del fratello.

I padri domenicani sono stabilmente anche al Santuario della Quercia, il Priore nel 1705 è è Giacomo Filippo Pazzaglia, Fra Tommaso, figlio di Biagio Pazzaglia di Ischia di Castro e Flavia Montebovi di Tolfa, fratello di Giulio Pazzaglia assentista del Papa residente per un periodo in Gradi a Viterbo e poi a Civitavecchia dove realizza il Convento dei cappuccini e la chiesa di San Felice di Cantalice che conserva le sue spoglie e una bella lapide che ne narra la bontà e le gesta.

Giulio, cavaliere e guardiano delle galere del Papa, non ha figli ma è l’uomo più ricco del territorio laziale, tutto il suo patrimonio, alla morte, va alla sorella Anna Costanza che sposa nel 1679 Girolamo Zelli di Marcantonio di Vetralla, da questo matrimonio l’inizio del doppio cognome Zelli Pazzaglia di cui rimane il palazzo in Via San Lorenzo e diversi beni a Civitavecchia. La figura di Giulio è raccontata molto bene nelle Memorie di Padre Labat, il filippino che lo assiste insieme a padre Carlo Filippo di Civitavecchia fino all’ultimo istante.

Gli ordini femminili viterbesi sono in maggioranza, le terziarie dei serviti hanno una chiesa anche nella città di Castro dove si tumulano donne di rango. Il convento dei serviti è nella chiesa della Verità, inizialmente solo maschile, nel 1482 vede il capitolo generale che ospita i cantori e gli strumentisti della Santissima Annunziata, la corale della famiglia dei Medici, di questo evento rimane un’iscrizione latina: “ Quo vero in his comitiis divina officia…”

Una delle servite è l’amica del cuore della Spiriti la cui famiglia possiede una cappella importante nella chiesa di Santa Maria di Gradi, mentre una terziaria domenicana segue la vita e le opere di Vittoria Colonna la quale da Santa Caterina intercede per Guidotto Pazzaglia, lui, grande cavaliere imprigionato alle Stinche, fortezza fiorentina, al quale viene risparmiata la vita anche se accusato di tradimento da casa Medici.

Tante trame che uniscono una memoria privata  a quella collettiva creando una tela di rapporti tra famiglie, poi luoghi e confini, amicizie e inimicizie in una terra da incanto.

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