Le nostre radici: i Farnese si preparano alla battaglia

“Questa città la quale altre volte io vi fui… mi parve una bicocca di Zingari, sorge ora con tanta e sì sublime magnificenza, che mi presenta il nascimento di Cartagine.” - Da Annibal Caro

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Da un rapporto a Odoardo Farnese del 10 novembre 1630 di Benedetto Zucchi, cittadino di Castro e Podestà di Capodimonte, sappiamo che ogni paese e ogni comunità del Ducato, in questo momento, deve fornire ai Farnese il proprio sostegno militare con forze di cavalleggeri e fanti in proporzione al numero dei propri abitanti. Nel rapporto si specifica che la comunità di Ischia fa 1300 anime, 850 fuochi, 150 soldati da pigliar armi e 200 cavalleggeri con la casacca rossa e turchina.

Al comando di tutte le truppe un unico Capitano, il Capitano Feliciano Pazzaglia citato nei documenti del processo Giarda come persona informata sui fatti. Il 19 aprile l’esercito Pontificio entra a Castro e lo pone sotto assedio, il Farnese [Ranuccio II] è affiancato dall’amico e segretario Jacopo Gaufrido, tutte le notizie dell’attentato al Vescovo Barnabita sono documentate da un manoscritto conservato dalla famiglia Valvassori di Orvieto. Gli assalitori, a “Monteroso,” assaltano la carrozza tutti travestiti in “tela sangalla nera, con cappuccio e cappello” armati di “terzarole e cherubini”, Monsignor Giarda recita la sua ultima preghiera: “Muoio volentieri per la Santa Chiesa” tra le braccia del fedele servitore francese, il signor Gabriele Bisanzone che con lui affronta il viaggio da Roma a Castro impostogli da Papa Innocenzo ormai completamente dipendente dalla Pimpaccia di Piazza Navona. Il primo testimone è un “ Vitturino” di Viterbo, un certo Carlo d’Amelia che racconta tutti gli eventi di cui è a conoscenza indirizzando verso alcuni personaggi noti: Don Leonoro Lambertini canonico capitolare di Valentano, Bartolomeo da Venezia, Cocchi castellano di Ischia, Ranuccio Zambini castellano e cavaliere di Gradoli e un fratello del noto capitano Feliciano.

A ferro e a fuoco tutta la città spogliata delle opere più belle e distrutta nei suoi palazzi e nelle solerate di Antonio da Sangallo il giovane, per tutti parte la scomunica e per i due ritenuti i veri sicari [ Cocchi e Zambini] una taglia di quattromilacinquecento scudi.

Poco fuori la Porta del Ghetto, i demolitori si accaniscono nella loro opera, sulla fiancata sinistra rivolta a mezzogiorno c’è un dipinto che raffigura la crocifissione del Cristo e ai lati la Madonna del Carmine [poi sostituita da quella di Loreto] e Sant’Antonio da Padova, praticamente un trivio che mette in mostra da ogni strada una nicchia dipinta. Narra la leggenda che ai terribili demolitori assoldati dal Papa non riesca di cancellare il dipinto del Cristo, di giorno le picconate lo distruggono e di notte l’immagine si ricrea identica e l’unica scalfitura che rimane è quella dell’intonaco chiaro ai piedi del Nazareno. Nel 1747 a protezione dell’affresco viene costruita una piccola cappella e a inizio ottocento, Padre Annibali di Latera ci racconta la nascita di una devozione che porta alla realizzazione di un vero e proprio Santuario di cui il primo rettore è Don Eraclio Stendardi. La stessa devozione prosegue negli anni, nei secoli e ancora oggi è viva nelle popolazioni dell’Antico Ducato e in quelle della bassa Toscana confinante e ogni anno il Santuario, che rimane aperto tutto il mese di giugno e poi altre domeniche durante l’estate [a cura della Diocesi di Viterbo e del Rettore Don Luigi Fabbri], riceve migliaia di pellegrini che arrivano a piedi, in gruppo o da soli, camminando tra i boschi e le selve dei briganti, tra le storie etrusche, fiancheggiando laghi, sorgenti, piccole cascate e le antiche acque calde di Musignano e non disdegnando, post cerimonia religiosa, un’escursione tra le pietre di San Savino, del Vescovado, della Chiesa dei Serviti, in mezzo alle tagliate che nascondono la colonna con l’iscrizione “ Qui fu Castro”.

In realtà, la gloriosa storia del Ducato comincia molti secoli prima lungo le terre che si distendono tra il mare, l’Olpeta e il Fosso delle Monache, in un tempo che rimane immortale, dove riposano le silenziose rovine ricoperte di farnete e ontani tra homini e dame al comando di una donna misteriosa, ma questo lo raccontiamo la prossima volta

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