Le nostre radici: le origini dell’antica Castro

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Il riferimento più antico a Castro risale al 715 e compare nella “Carta Repromissionis Amiatina” insieme a Chiusi, Sovana e Tuscania. La presenza di un abitato longobardo lo ritroviamo anche a Valentano nei pressi di Santa Lucia, immaginiamo in modo pratico un territorio abbastanza ampio che lega la Maremma, Castro e i paesi del Granducato di Toscana, quell’antico tratto della Via Clodia col prolungamento della Cassia nel passante per Valentano.

Capo di Castro, confinante col Castello di Manciano tramite un fiume di nome Fiora, derivante dalla montagna di Santa Fiora territorio degli Sforza, che arriva per letto fino a Mont’Alto a un tiro d’archibugio e sgorga poi nella marina. Confina con Pitigliano col fosso detto Corgnioletta e con Farnese per via della Selva del Lamone, luogo fracassato dal terremoto o resto del diluvio universale nominato negli scritti del Beato Bernardo da Bagnorea e nei Diplomi di Ludovico Pio come territorio da restituire al Papa perché a lui tolto dai Longobardi.

Passeggeremo ancora tra le rocche e i tanti insediamenti sparsi per la nostra terra più nascosta, incontreremo ancora i nostri ricordi fino ad imbatterci nelle tracce di un ricco periodo longobardo.

La migrazione longobarda interessa il territorio dell’Alto Lazio a partire dalla fine del VI secolo, più o meno dalle fasi finali della guerra greco-gotica quando 2.500 uomini con annessi e connessi al seguito viene  arruolato nell’esercito bizantino.

Nell’alto Lazio le prime occupazioni avvengono tra il 591 ed il 592 ed interessano soprattutto Bomarzo, Orte e Sutri che vengono subito riconquistate dall’esarca Romano.

Successivamente, nel 593, il re Agilulfo arriva prima ad assediare Roma e poi nel 605 a saccheggiare Orvieto e Bagnoregio. Nel 607 viene stipulata la pace con la quale si pensa che venga riconosciuta, da parte dei Bizantini, la conquista e l’estensione dell’area di influenza sassone, che verrà chiamata Tuscia Longobarda.

Con la fine del regno longobardo da parte dei Franchi,  l’Alto Lazio diventa un dono alla Chiesa ed entra nel Patrimonio di San Pietro.

Castellardo nei pressi di Canino

Nei pressi  di Castro i siti longobardi più conosciuti sono Poggio Salone a sud-ovest, Pantalla, il Fontanile di Valderico e Castellardo nel Comue di Canino.

La presenza dei Longobardi ad Ischia di Castro, 400-450 d.C., e’ testimoniata dalla pianta di una chiesa e da una grande area sepolcrale di circa 200 tombe rinvenute nei pressi della villa romana della Selvicciola.

Dagli scavi archeologici, dai reperti trovati, possiamo definire con certezza il sesso, l’etnia ed il ceto sociale degli abitanti della Selvicciola in epoca alto medioevale.

I Longobardi rimangono nei toponimi della cartografia, per esempio “ Sala” che compare tre volte nel giro di pochi chilometri lungo il torrente Olpeta. Nei pressi di Castro, poggio Salone con la Chiesaccia [probabilmente insediamento etrusco]; poi Salabrone ai limiti della selva del Lamone e ancora, sempre nei pressi della Selva, Santa Maria di Sala. Un etimo identificato con “ La Sala” di papa Leone IV, quel privilegio dove sono nominati tutti i beni e i confini della diocesi di Toscanella, compreso il territorio di Canino con la Madonna del Tufo e il Musileo. Ancora, il fontanile di Pantalla, e il fontanile Valderico a nord ovest del Lamone e la Chiusa del Tempio. Castellardo posto tra Canino e Castro fa pensare al termine “ Wardo” e quindi un “Castrum” a controllo del nostro asse stradale.

Castrimonium, città d’Italia, distante quattro leghe dal mare, con Papa Leone III, Monsignor Caccia, il Vescovo Bernardo e la Cattedrale dedicata a San Savino Vescovo di Spoleto. Sotto l’altare maggiore la conservazione della sua mascella e il ricordo della festa il 25 dicembre durante la quale gli ebrei organizzano pali a cavallo e giochi e i paesi del Ducato donano un cero cadauno da portare in processione lungo le tagliate. Bernardo arriva a Castro dopo la distruzione di Vulci, una distruzione che avviene per la superbia dei suoi cittadini nei confronti dei Romani, dei Turchi, grandi assalitori della spiaggia di Gravisca, così almeno recitano le cronache d’epoca e trasferisce con sé le reliquie di San Pangrazio, le campane delle Chiese distrutte, le pietre preziose e le pitture antiche.

Così comincia la ricchezza di Castro, un grande territorio, una campagna fertile, una città forte, una cava che la rende inespugnabile, un fiume, una sorgente e una donna al comando del Castrum, lei, nobile e devota a guardia dei cittadini e dei templi della fede. La donzella così splendida e tenace è nota a tanti come Donna Felicita, senza casato, nella realtà nasconde un’origine toscana molto nota. Alla morte del cavalier marito prende le redini economiche e militari e contrasta gli attacchi nemici e gli uomini che vogliono insinuarsi tra le sue lenzuola. Le sue orme seguono la sorte di una Maremma allargata, le notizie riguardano orpelli di battaglia e veli da pia, come un’antenata di Lady Oscar ha carattere per la rivoluzione ma il male comincia a sfiancarla ancora giovane e dovendo sottrarre un immenso patrimonio alle grinfie del più furbo e proteggere i suoi sudditi, decide di fare una donazione: lascia come unico erede la Chiesa di Roma.

Cala il buio sul Castello, si fermano le voci lungo l’ultimo tragitto che percorre a cavallo, l’aspetta la Via Romea, per noi le tracce si fanno flebili, quasi spariscono poco fuori una chiesa nota di Viterbo, però a volte…scripta manent…ne parleremo presto.

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