L’elezione di Martino IV e la pesante scomunica per i viterbesi e la città di Viterbo

I cittadini si riunivano continuamente in piccoli capannelli, che parlavano tutti dello stesso argomento: il blocco del conclave voluto dai Cardinali Orsini

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sagginiCarlo d’Angiò dal canto suo, quando seppe che il popolo di Viterbo era molto inquieto per il blocco del conclave, cercò di sfruttare lo scontento a suo vantaggio, e sguinzagliò i suoi scagnozzi tra la folla per aizzarla contro i Cardinali Orsini, che avevano osato bloccare il conclave.

Ormai nelle strade e nelle piazze di Viterbo si parlava solo di questo. I cittadini si riunivano continuamente in piccoli capannelli, che parlavano tutti dello stesso argomento: il blocco del conclave voluto dai Cardinali Orsini. Gli uomini al soldo del Re di Sicilia, non faticarono molto a rendere il clima della rabbia, ancora più infuocato, quasi un preannuncio di aperta rivoluzione.

carlo d’angio

Il nuovo Podestà, Riccardo di Mattia degli Annibaldi, che aveva il compito di mantenere la pace e la concordia cittadina, nel timore che nascessero tumulti, convocò un’assemblea di nobili e di popolo nella Cattedrale. Dopo avere ascoltato tutte le lamentele, fu messa ai voti la proposta di imprigionare i due Cardinali Orsini, fino a quando il loro fratello Orso non avesse restituito tutti i castelli che aveva usurpato ai viterbesi.

La maggioranza dei presenti con in testa i sobillatori che erano agli ordini di Carlo d’Angiò, votarono per imprigionare i Cardinali della famiglia Orsini. I fedeli sgherri di Carlo d’Angiò, applaudirono a lungo i risultati della votazione, e convinsero i più esagitati, che con gli Orsini era tempo di finirla in modo definitivo. Era finalmente giunto il tempo di passare all’azione.

Appena sciolta l’assemblea, i campanari di tutte le chiese furono incaricati di suonare le campane a stormo, e a quel suono tutti i Viterbesi più infervorati, armati di picche, spade, bastoni e forche accorsero in Piazza del Comune, e da lì guidati dai capipopolo, si diressero al Palazzo Papale. Ormai la pazienza era finita e i Viterbesi, astutamente esacerbati da Carlo d’Angiò, volevano vendicarsi di tutte le angherie subite, e sfogare una volta per tutte, contro gli Orsini la rabbia repressa per molti anni.

Ben presto abbatterono le porte del salone del conclave, e irruppero all’interno catturando subito i due Cardinali Orsini, e rinchiudendoli in una stanza del Palazzo Papale. Poi, dopo una trattativa liberarono il Cardinale Giordano che venne a patti, ma il fratello Matteo che rimase fermo e irremovibile nelle sue posizioni d’intransigenza, rimase al carcere duro, tanto che gli fu negato di vedere perfino il confessore, e la sua alimentazione fu solo pane vecchio e acqua.

Il Vescovo di Viterbo Filippo, appena fu a conoscenza di questi gravi fatti, abbandonò la città con tutti i frati minori e, d’accordo con i Cardinali, scagliò la scomunica su tutti gli autori di quelle violenze, e l’interdetto sulla città di Viterbo.

 

Martino IV

Nel frattempo, il 22 febbraio, i porporati avevano eletto il nuovo Papa nel francese Simone di Bria Cardinale di Santa Cecilia, che prenderà il nome di Martino IV. Carlo d’Angiò naturalmente fu molto soddisfatto, finalmente aveva un Papa francese, d’indole mite, amante del quieto vivere, che gli avrebbe permesso di fare tutto quello che voleva.

Questo Pontefice, eletto grazie all’azione dei Viterbesi che neutralizzarono i Cardinali  Orsini, non perdonò mai la sacrilega e violenta irruzione nella sala del conclave, e appena eletto, abbandonò sdegnosamente Viterbo, colpita dall’interdetto scagliato dal Vescovo Filippo.

Lo accompagnava il Re di Sicilia Carlo d’Angiò, tutta la Curia e la Corte. Il lungo corteo si mosse in direzione di Orvieto, dove il Papa sarà poi incoronato il 23 marzo 1281. Da quel giorno per oltre ottanta anni, Viterbo non vedrà più un Papa tra le sue mura.

Carlo d’Angiò che aveva ottenuto quello che voleva, se ne andò insalutato ospite e, purtroppo per noi, non mantenne neanche una delle tante promesse fatte.

I Viterbesi, solo ora che era tutto accaduto così in fretta, si rendevano conto di quanto fossero stati usati da Carlo. Ma ormai era troppo tardi.

La città dopo la partenza dei frati minori, della Curia e della Corte pontificia e anche di tutti i nobili amici degli Orsini, era deserta. Le piazze vuote, i mercati senza acquirenti, i palazzi vuoti e abbandonati, le officine senza lavoro, insomma Viterbo sembrava una città abbandonata.

Inizia qui il declino della città col simbolo del leone nemeo. La sua gloriosa e unica fioritura era iniziata con l’arrivo del papa Alessandro IV, e la sua disgrazia prende l’avvio dalla partenza del pontefice Martino IV.

I Viterbesi avevano creduto a torto, che il Papa sarebbe rimasto sempre a Viterbo, e sicuri di questa permanenza, avevano anche osato irrompere nella sala del conclave, compiendo un atto sacrilego di estrema gravità.

Carlo d’Angiò li aveva usati senza che loro se ne rendessero conto. A giustificazione dei Viterbesi possiamo affermare, che essi avevano accumulato così tanto odio nei confronti di Orso Orsini, che credettero a tutte le promesse del Re di Sicilia, sicuri di potere andare contro la potente famiglia Orsini, e recuperare i castelli mantenendo la sede papale. I fatti hanno dimostrato che le due cose erano legate a doppio filo tra loro, e adesso non solo non avevano recuperato nessun castello, ma addirittura avevano perduto la sede papale.

A questo punto della storia ai nostri progenitori non rimaneva che piangere. Versare lacrime amare sulle proprie colpe, e sul pessimo carattere ardimentoso che era stato la cagione di molti mali.

La sede papale fonte di ricchezza, di fama e di opere che avevano abbellito tutta la città, aveva abbandonato Viterbo in maniera traumatica, lasciando come ricordo amaro e scomodo il peso di un grave interdetto.

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