L’Imperatore al Papa: “Offro tanto oro quanto ne vorrai”

Come è facile intuire, relativamente al periodo in cui il Papa era a Viterbo, tutto ciò che aumentava la ricchezza del Pontefice, e dei componenti della Curia e della Corte, aveva spesso un riverbero economico, anche sul benessere dei Viterbesi.

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La ricchezza della Chiesa era alimentata non solo dalle donazioni e dalle offerte di fedeli e pellegrini, ma anche dai doni, talvolta di immenso valore, che nel tempo hanno sempre rivestito una grande importanza. Come è facile intuire, relativamente al periodo in cui il Papa era a Viterbo, tutto ciò che aumentava la ricchezza del Pontefice, e dei componenti della Curia e della Corte, aveva spesso un riverbero economico, anche sul benessere dei Viterbesi.

Per comprendere meglio le usanze del tempo, citiamo qui alcuni esempi delle occasioni in cui la presenza dei doni, era quasi obbligatoria, come in occasione delle celebrazioni delle varie cerimonie religiose, che si tenevano alla presenza del Papa.

La Curia aveva predisposto regole codificate per l’elargizione dei doni, che dovevano essere consegnati ai vari personaggi, che partecipavano alla funzione in qualità di attori protagonisti, o semplicemente come assistenti, dal Papa fino a tutti gli altri componenti della Curia e della Corte.

Il dono rappresentava solo un gesto di munificenza della persona, che era oggetto della cerimonia, e non esimeva in alcuna maniera, dal pagamento dei “servitia”, che avevano un loro tariffario, e dovevano essere sempre versati agli uffici della Curia.

Comunque, anche quando il papa risiedeva a Viterbo, il sistema dei doni era molto in voga, e chi voleva una buona accoglienza presso la Curia, doveva sempre elargire regali. Più gli omaggi erano generosi, e più l’accoglienza riservata a chi li portava, era calorosa.

Quindi chiunque avesse varcato, la porta della Curia, per qualsivoglia necessità, come ottenere favori, risolvere problemi giurisdizionali, o anche per seguire un processo, se voleva essere accolto bene, doveva fare regali.   Il dono era il migliore lasciapassare in assoluto, per ottenere in poco tempo, tutto quello di cui si aveva bisogno.

I prelati, i Vescovi, gli Arcivescovi e gli Abati che arrivavano a Viterbo, per chiedere al Papa la conferma della loro elezione, e la cerimonia di consacrazione, come da tradizione consolidata, dovevano fare regali ai membri della Corte papale.

Così gli addextratores che avevano l’incarico di “stare alla destra” dei prelati e di accompagnarli, avevano diritto al regalo del cavallo e alla preziosa gualdrappa della sella. I cubiculari che avevano aiutato il prelato a vestirsi per la cerimonia di consacrazione, e i portatori del baldacchino (mappulari), avevano diritto al suo mantello, alla bacinella che era stata adoperata per le abluzioni liturgiche, e anche alla tovaglia che aveva ricoperto l’altare.

Dopo che si erano verificati vari casi di prelati che entravano in città a piedi, per non regalare il cavallo, la Curia era corsa subito ai ripari e aveva stabilito la regola, che prevedeva il diritto del camerlengo, a esigere una somma di denaro, equivalente al valore di un cavallo, anche da quegli ecclesiastici che entravano in città a piedi.

La presentazione dei doni avveniva in sacrestia, al termine della cerimonia di consacrazione. Qui i prelati ponevano ai piedi del Papa i doni, che erano sempre oggetti preziosi. Gli oggetti d’arte in oro e in argento, erano consegnati al tesoro papale, mentre gli oggetti preziosi non artistici appartenevano di diritto ai cubiculari.

Sotto il papato di Alessandro IV (1254-1261), a seguito degli inconveniente citati, ci fu una sostanziale revisione delle regole dei doni. Infatti, i Vescovi e gli Abati che dovevano vedere confermata dal Papa la loro elezione, non erano più tenuti al regalo del cavallo, della gualdrappa, del mantello e altro, ma dovevano fare versamenti di denaro alla Curia, secondo quanto stabilito nelle tariffe di un’apposita tabella.

Spesso la storia del Duecento registra casi di Vescovi e Abati, che s’indebitarono a tassi usurari presso i “mercanti del Papa”, (persone che si dice incassino il suo denaro, lo conservino e lo investano per lui in modo molto redditizio), per disporre delle somme di denaro da pagare alla Curia per i “servitia”, e per elargire i doni.

L’occasione principe più ricca di doni in assoluto, era comunque l’incoronazione di un imperatore. In quella circostanza anche i curiali avevano il diritto di ricevere doni.

Secondo un cerimoniale del XIII secolo, il futuro Imperatore saliva a cavallo davanti ai gradini di S. Pietro, ed era accompagnato dai senatori di Roma, che ricevevano in dono il quadrupede, subito dopo che l’Imperatore era sceso dal cavallo. L’incoronazione era vista anche come un passaggio, o una rinascita. Nel Momento in cui il Papa poneva la corona sulla testa del prescelto, l’uomo vecchio moriva, per fare nascere l’uomo nuovo.  L’Imperatore, proprio in virtù di questa metamorfosi, doveva poi, secondo le regole, spogliarsi anche del ricco mantello che indossava, e regalarlo al camerlengo del Papa.

Il gesto, puramente simbolico, indicava che l’Imperatore cominciava a liberarsi dell’abito dell’uomo antico, e si preparava a ricevere la sua nuova dignità, diventando un uomo nuovo. Il dono più importante e più ricco in assoluto della solenne cerimonia, era però riservato al Papa in persona. Infatti, prima di essere incoronato, il futuro Imperatore si doveva prostrare ai piedi del Pontefice, recitando la formula di rito: “Offro tanto oro quanto ne vorrà”.

Nessun libro tra quelli consultati, ha mai riportato una qualsiasi misura dell’oro ricevuto in dono dal Pontefice. Da considerare come nella lunga storia della Chiesa, siano avvenute tante incoronazioni, ma i documenti che contengano queste notizie sono introvabili.

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