L’industria del divertimento al top dell’economia nazionale. Ma la Tuscia arranca e resta “un paese per vecchi”. Manca il coraggio!

Con 71 miliardi di fatturato, l’industria del divertimento si classifica al primo posto della top ten dell’economia italiana. La Tuscia, tuttavia, resta indietro

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La Tuscia, vista da Montefiascone

Con 71 miliardi di fatturato, l’industria del divertimento si classifica al primo posto della top ten dell’economia italiana. Dalle degustazioni di prodotti tipici alle discoteche, dai parchi divertimento alle visite culturali, sono 19 i milioni di italiani alla ricerca di svago e momenti di relax.

Un trend positivo che trascina “lo stivale” da nord a sud. Premiate quelle località che hanno saputo investire adeguatamente in promozione turistica e che si sono rivelate attente ai bisogni della gente, soprattutto nel periodo estivo.

I dati fanno però riflettere sul ristagnante panorama locale. Nella Tuscia, e in particolar modo a Viterbo, si continua a restare adagiati sugli allori di quelle mete ormai ben conosciute e “autonome” (vedi Civita di Bagnoregio). Assente il pensiero comune di voler realizzare delle sinergie valide per risollevare l’economia locale.

La bella Civita di Bagnoregio in uno scatto notturno

Località turistiche isolate, strade impraticabili, presunti vincoli paesaggistici e limiti imposti alla movida non fanno che penalizzare un territorio che del “divertimento” dovrebbe farne la sua punta di diamante. Eppure, la Tuscia resta “un paese per vecchi”, a differenza del film dei fratelli Coen.

Ci si mette anche la Regione, impegnata più nei dissidi interni e nelle campagne elettorali, che nei reali problemi locali. Lo dimostrano gli ancora molti problemi che aleggiano sull’anacronistica ferrovia Roma nord e sul completamento della superstrada Orte-Civitavecchia.

Dalle altre parti del Bel paese si spende molto anche in cultura. Firenze, Milano, Roma, ma anche la vicina Terni (9500 visitatori solo ieri alle cascate delle Marmore) e la poco distante Perugia hanno fatto il pieno di visitatori con i loro musei, le loro feste popolari e i tanti negozi rimasti aperti.

Nel capoluogo della Tuscia restano invece i problemi da sempre noti. Nonostante l’impegno dei molti ristoranti che nella giornata di Ferragosto hanno deciso di restare aperti, accogliendo la richiesta d’aiuto della disperata amministrazione, non sembra che i numeri raccolti abbiano premiato nessuno.

Tantissime le attività commerciali rimaste con le serrande abbassate, fattore che ha influito molto sul ferragosto dei viterbesi, “fuggiti” al mare in cerca di vita e divertimento.

Eppure, i conti sul piano nazionale continuano a illustrarci cosa potremmo fare per destarci dal lungo sonno che permea gran parte della Tuscia. In Italia sono ben 230 le strutture, tra parchi tematici, acquatici e faunistici, che hanno totalizzato un giro d’affari pari a 376 milioni di euro, con 18,4 milioni di biglietti venduti e un incremento pari al 10%.

Forse, vista la rilevanza del nostro patrimonio naturale e artistico, potremmo ambire a qualcosa di meglio per il Viterbese. Si riparta al più presto. C’è bisogno di azioni coraggiose.

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