L’inesistente meritocrazia alla Asl evidenziata in un report già nel 2001

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La meritocrazia, questa sconosciuta.

A puntare il dito contro le pratiche nepotistiche e l’assenza di un equo criterio di giudizio nella Asl di Viterbo è il Nursing Up, che, in una nota, utilizza i dati di un report del 2001 per evidenziare come, all’interno di alcuni ambienti, tutto sia rimasto immutato.

“Che nella ASL Viterbo assunzioni, promozioni e carriere non sempre seguano criteri meritocratici è un vecchio ritornello che trova un riscontro in un vecchio documento che merita di essere rispolverato.

Nel 2001, la ASL VT ha dato attuazione al Progetto di Azioni Positive “Ricerca ed interventi nella ASL di Viterbo per rilevare e ridurre la segregazione occupazionale e professionale”.
Nell’ambito di questo progetto è stata condotta una “Indagine sul clima organizzativo nell’Azienda Sanitaria Locale di Viterbo”, basata sul questionario e la successiva stesura di un report, curato dal Prof. Francesco Avallone e dalla Dr.ssa Maria Luisa Farnese dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza.

Che fine ha fatto questo studio?

Dopo la presentazione dei risultati avvenuta nella splendida cornice di Palazzo Doria Panphili non se n’è saputo più nulla.

Forse i risultati dello studio, conditi di commenti coloriti degli intervistati fedelmente trascritti, hanno spiazzato l’allora Direzione ASL trovatasi di fronte alla certificazione del malessere organizzativo che affliggeva la ASL VT.

Da quel giorno lo studio del Prof Avallone è scomparso dai radar, non se n’è più parlato e neanche se ne trova più traccia.

Fortunatamente abbiamo avuto l’accortezza di conservare il documento originale che vorremmo riproporre in pillole, visto che è quanto mai di attualità.
Un primo aspetto interessante è il senso della giustizia percepito dagli operatori all’interno della ASL.

Questo concetto si esprime attraverso la capacità dell’organizzazione di assicurare equità di trattamento ai suoi membri a livello retributivo, di assegnazione di responsabilità, di promozione del personale.

Il presupposto su cui si basa il senso di giustizia, secondo lo studio, è che vengano definiti esplicitati e resi pubblici criteri e percorsi chiari per responsabilità, carriere, premi, ecc. e che a tutti sia data in eguale misura la possibilità di accedervi.

Ebbene, già all’epoca, il report rilevava che, nella ASL, la giustizia veniva percepita, mediamente, come poco equa nelle modalità di trattamento dei suoi dipendenti in generale, ed ancora meno rispetto alla gestione delle opportunità di carriera e della valutazione dell’impegno lavorativo dei suoi dipendenti.

Parlando della distribuzione degli incentivi economici, l’equità diventava un elemento raro o addirittura sconosciuto ai più.

Se tra gli oltre 1000 dipendenti intervistati nel 2001, oltre la metà lamentava un trattamento non equo da parte dei “capi”, ancora più allarmante era il quadro delle opportunità di carriera, con i due terzi del campione che lamentava una situazione di discriminazione.

Un dato, questo, destinato a precipitare ulteriormente se riferito alle retribuzioni e alla distribuzione degli incentivi economici.

In questo caso il 77,4% dei dipendenti si dichiarava penalizzato rispetto al 22,6% che era felice della propria situazione, evidentemente privilegiata.

Lo studio del Prof Avallone riportava la trascrizione dei commenti degli intervistati che ricostruivano un quadro caratterizzato da pratiche particolaristiche che determinano discriminazioni e privilegi in cui il potere non è legittimato ed anzi prescinde dalle competenze.

Gli intervistati testimoniavano che nel proprio ambiente lavorativo le persone erano trattate in modo diverso in relazione a criteri indipendenti dall’efficacia lavorativa e di tipo personalistico (simpatie, farsi notare e benvolere, prescelti e protetti, ecc.) originando pratiche clientelari e modelli servilistici di organizzazione delle relazioni verticali.

In molti, inoltre, avevano riferito della presenza di fenomeni di raccomandazione o di pressione in relazione all’appartenenza a gruppi influenti (partiti, sindacati).

Il tema di raccomandazioni veniva in molti casi specificamente associato alla valutazione delle competenze professionali. Non mancavano, ovviamente, riferimenti a episodi di mobbing e fenomeni di pressione psicologica ed esclusione.

A distanza di 20 anni è interessante rileggere la trascrizione di alcune annotazioni degli intervistati per apprezzarne l’immediatezza del linguaggio.

Alla domanda “pensa che ci siano discriminazioni sul lavoro” 28 persone hanno preferito non fare esempi ma altri ci hanno lasciato la loro testimonianza nella quale possiamo leggere che:
• Non tutti sono trattati nello stesso modo (es. budget, straordinari, turni).
• Le regole dovrebbero valere per tutti.
• Ho risposto sì in quanto nel lavoro che svolgo vedo cose ingiuste.
• I dipendenti non sono trattati equamente.
• Il trattamento diverso tra noi operatori.
• Non vengono date uguali possibilità di carriera a persone con stessa qualifica e stessa anzianità di servizio.
• Nelle carriere ed altro.
• A volte si compiono discriminazioni anche per le leggi che vengono imposte.
• Non vi sono pari opportunità.
• Bisogna dire la legge è (uguale per tutti).

Sono passati 20 anni da allora e ci si deve domandare se la situazione è cambiata.

Si, la situazione è cambiata, ma in peggio, come testimoniano:
– le manovre di posizionamento dei soliti predestinati che sono stati messi in condizione di poter svolgere funzioni superiori e acquisire titoli “pesanti”, magari proprio dal presidente della commissione di concorso;
– la circolazione dei nomi certi come vincitori di concorsi di progressione di carriera

– il differenziale tra gli stipendi dei dipendenti con la stessa qualifica che raggiunge picchi del 100%

– l’accesso ai fondi accessori e agli incarichi remunerati assegnati per contatto diretto

– la presenza nelle commissioni di dirigenti che si valutano a vicenda

– Le delibere di nomina della commissione di concorso firmate dalla mamma e cugina di vincitori.

A questo punto è chiaro il perché questo studio sia scomparso dai radar e perché nella ASL di Viterbo non sia mai più stata effettuata una indagine sul clima organizzativo, come sarebbe prescritto dalla norma. Deve essere altrettanto chiaro che come sindacato non siamo disposti ad accettare questa situazione che combatteremo in ogni occasione nelle sedi più opportune.”

Filippo Mario Perazzoni

Nursing Up-Lazio

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