L’inferno dei Pronto Soccorso, viaggio nei gironi danteschi della sanità

Pronto soccorso italiani: persone abbandonate per ore su lettighe e sedie, pazienti sofferenti e personale insufficiente.

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pronto soccorsso

Sono ormai più di 40 anni che varcai le soglie del più grande Pronto Soccorso d’Italia (oltre 60.000 ricoveri/anno), dove nel 1982 ho conseguito la specializzazione in Chirurgia d’Urgenza e Pronto Soccorso.

Lì ho passato alcuni degli anni più duri, ma anche più belli, della mia lunga e variegata vita professionale.

Ricordo che, oltre che a curare, suturare, rianimare, mi fu insegnato il rispetto per il paziente e non solo.

Il paziente di pronto soccorso il più delle volte è un soggetto che passa all’improvviso dallo stato di benessere a quello di malattia, presenta uno stato di shock psicologico che ne altera la sensibilità e le reazioni emotive.

Mi fu insegnato ad assistere il malato prima ancora che curarlo, rassicurandolo, facendogli sentire che è in buone mani e che ci si prende cura di lui con affetto (può sembrare un termine forte, ma è quello giusto).

Orbene negli ultimi mesi per motivi personali mi sono trovato a frequentare il pronto soccorso di un grande ospedale romano e quello dell’ospedale di un capoluogo di provincia del Lazio.

Nel primo caso un soggetto di 36 anni in codice giallo, con sospetto di infarto del miocardio, per mancanza di letti e barelle, è stato tenuto per oltre 12 ore seduto su una sedia – avete capito bene: una sedia – mentre si procedeva agli accertamenti del caso. Alla fine il soggetto verso le 22:00, pur stando male firma e esce perché avrebbe dovuto aspettare tutta la notte, sempre sulla sedia, per fare un ecocardiogramma perché in tutto l’ospedale c’era un solo cardiologo di guardia.

Nel secondo caso due soggetti, in codice verde per un tamponamento, con forti dolori al collo e alla schiena, nausea e cefalea, sono stati tenuti seduti sulla panca dell’atrio dalle 20:00 alle 2:00 del mattino, 6 ore!

In tutti e due i casi nulla posso dire della professionalità dei medici e degli infermieri. Nulla posso dire del loro spirito di sacrificio e abnegazione. Vittime loro stessi di un sistema sbagliato.

Ma quello che ho visto ha dell’incredibile. Persone abbandonate per ore su lettighe e sedie, sofferenti, che vomitavano in terra, o che per recarsi al bagno dovevano chiedere aiuto ad altri compagni di sventura perché non c’erano medici e infermieri sufficienti a prendersi cura di loro. E tante altre cose che ho pudore a raccontare.

Gironi danteschi.

Di quell’afflato umano che mi fu insegnato tanti anni fa più neanche l’ombra.

Di chi la colpa?

Dei medici, degli infermieri? No di certo. Fanno quello che possono, ma non si può vuotare il mare con una conchiglia.

Il Sistema Sanitario, che che ne dicano i soloni della politica, è sull’orlo del collasso e noi cittadini ne facciamo le spese.

Da quando la gestione della Sanità è stata messa nelle mani dei così detti “amministratori”, che sanno solo di conti e bilanci, si è perso completamente l’aspetto umano del problema.

L’obbiettivo primo di un sistema sanitario dovrebbe essere prevenire e curare le malattie nel miglior modo possibile, per migliorare il benessere del singolo e della Società. E questo compito dovrebbe essere lasciato a persone competenti in quello che oggi si chiama “approccio olistico” alla cura dei pazienti, rispettandone non solo il corpo, ma anche la loro essenza di persone, specie quando malate.

Questa follia di far gestire la Sanità da “amministratori”, in nome della prevalenza della Economia sulla Umanità, non ha senso e tutti ne facciamo le spese.

È come se, per risparmiare, si facesse pilotare un aereo da un economista (o supposto tale) invece che al pilota. Chi salirebbe su quel l’aereo?

E invece a noi tocca varcare le porte dell’inferno, pardon del pronto soccorso.

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